Tra un «cara Giorgia» e un «obbedisco», Daniela Santanchè si è dimessa dall’incarico di ministra del Turismo con una lettera rivolta direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Per arrivare a tanto, dopo tre anni di pressioni da parte del suo stesso partito, Fratelli d’Italia, c’è voluto che fosse Meloni stessa a esporsi per invitarla a rimettere il mandato. «Ho voluto», ha scritto Santanchè, «che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta». Anche perché Meloni, più di così, non poteva fare.

Alta tensione – Martedì 24 marzo, il giorno prima di lasciare, Santanchè si era arroccata nel suo dicastero. Non dava segni di arretramento e in calendario, il 30 marzo, era spuntata fuori la votazione per la sfiducia alla Camera, la quarta in quattro anni. «Ieri […] ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me», ha scritto Santanchè, che continua: «Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On. Delmastro». In realtà, quando nel 2025 Santanchè evitò la terza sfiducia del suo mandato dopo il rinvio a giudizio per il presunto falso in bilancio da amministratrice di Visibilia, fu la ministra stessa a legare il suo destino a quello dell’ex sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro dicendo: «Volete le dimissioni di Santanchè perché è stata rinviata a giudizio? Benissimo. Ma al governo c’è già chi ha un rinvio a giudizio, e cioè Delmastro (poi condannato per rivelazione di segreto d’ufficio con sospensione della pena, ndr). Si dimette anche lui?»

Niente licenziamenti – Con le dimissioni del sottosegretario è venuta meno anche l’ultima difesa. Meloni prima aveva scritto di auspicare che un’«analoga scelta» fosse «condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè». Ma dopo un martedì di ostinato rifiuto da parte di Santanchè, pare anche di fronte all’amico e presidente del Senato Ignazio La Russa, da Palazzo Chigi è arrivata la richiesta esplicita che l’ex-ministra pretendeva. E ha potuto arroccarsi sulla difensiva per un motivo: “licenziare” i propri ministri non è prerogativa del presidente del Consiglio. L’articolo 92 della Costituzione, che prevede che il presidente della Repubblica nomini i ministri su proposta del presidente del Consiglio, non comprende anche un potere di revoca su proposta del PdC stesso. Nella logica del sistema parlamentare italiano, il premier gode di una legittimazione politica unitaria insieme all’intero governo, il che lo priva di una posizione propria che giustificherebbe il potere di rimozione unilaterale.

La sfiducia individuale – L’unico meccanismo formale esistente è la mozione di sfiducia individuale nei confronti di un singolo ministro, istituto che non è contenuto nella Costituzione ma che divenne prassi consolidata negli anni Ottanta e fu successivamente introdotto nel regolamento della Camera. Negli anni Novanta la Corte costituzionale sancì che potesse essere utilizzata anche dal Senato, stabilendo che se una Camera approva una mozione di sfiducia contro un ministro questi deve presentare le dimissioni per atto dovuto e, se non lo fa, il presidente della Repubblica può rimuoverlo su richiesta del presidente del Consiglio. Si tratta però di una procedura laboriosa, esposta ai veti incrociati della coalizione di maggioranza, e che in questo caso avrebbe funzionato soltanto perché Meloni stessa sembrava disposta a far votare contro la sua ministra. Nella storia repubblicana le mozioni di sfiducia individuali presentate in Parlamento sono circa una trentina, eppure una sola è riuscita a superare il voto delle Camere: quella che nel 1995 costrinse alle dimissioni Filippo Mancuso, Guardasigilli nel governo tecnico presieduto da Lamberto Dini e sostenuto da PDS, Lega Nord e Partito Popolare Italiano.

Premierato – Più volte i governi di centrodestra hanno provato a modificare questo meccanismo. Un esempio è quello della riforma costituzionale del 2006 proposta dal secondo governo Berlusconi, che prevedeva nomina e revoca dei ministri direttamente per mano del presidente del Consiglio. La riforma del premierato, ancora ferma dopo l’approvazione in Senato, prima tappa del lungo iter previsto per le riforme costituzionali, si muove in questo stesso solco. La modifica principale riguarda proprio l’articolo 92 della Costituzione: il presidente della Repubblica non nominerebbe più il presidente del Consiglio, che verrebbe eletto dal popolo, ma gli conferirebbe l’incarico di formare il governo, e su sua proposta potrebbe nominare e revocare i ministri. Quindi, se la riforma fosse stata in vigore, Meloni avrebbe potuto richiedere la revoca di Santanchè senza dover attendere un voto parlamentare.