C’è stato un tempo in cui fare il funzionario delle dogane era un lavoro noioso. Una liturgia quasi zen: container che arrivavano, codici da verificare, timbri da apporre, caffè tiepido sulla scrivania. Poi è arrivata l’era Trump e ogni turno si è trasformato in un quiz a premi. Dazio al 30% o al 10%? Forse. Aspetti, aggiornamento: 15%. Anzi no, sospeso. Riaperto. Ricominciare da capo. Le merci sbarcano più lente delle decisioni politiche. Il computer lampeggia, gli importatori protestano, le tabelle che invecchiano nel tempo di un tweet. Dopo qualche mese di apparente calma, la sentenza della Corte Suprema, nella serata americana del 20 febbraio ha rimesso tutto in discussione. E la dogana Usa è tornata a essere il set di film d’azione al cardiopalma.

Una bocciatura tecnica – La sentenza, in realtà, è più tecnica che politica. La Corte Suprema ha stabilito che il presidente non può usare la legge sulle emergenze economiche internazionali del 1977, la IEEPA, per imporre dazi senza un’esplicita autorizzazione del Congresso. Non è una bocciatura del protezionismo Usa. È una bocciatura del metodo scelto per applicarlo. E riguarda solo una parte precisa dell’impianto tariffario: i cosiddetti dazi “reciproci” introdotti da Trump attraverso l’emergenza economica. Non tocca invece gli altri strumenti già esistenti, come i dazi su acciaio e alluminio o quelli legati alla sicurezza nazionale, che restano pienamente in vigore. In sostanza: i dazi si possono mettere, ma seguendo le procedure previste dalle leggi commerciali ordinarie.
La risposta della Casa Bianca è arrivata subito. Trump ha attaccato duramente i giudici federali, accusandoli di ostacolare la difesa degli interessi nazionali, e ha annunciato nuovi dazi globali del 10%. Il giorno dopo, nuova svolta: aliquota portata al 15%. Una sequenza che ha gettato imprese e governi in uno stato di confusione permanente.
Il messaggio politico, però, è rimasto chiaro: cambiano le basi giuridiche, non l’obiettivo. L’amministrazione vuole ricostruire l’intero impianto tariffario usando altre leggi, dal Trade act alle indagini per concorrenza sleale sui singoli Paesi. Potrà farlo, ma con tempi e procedure più lunghi, che renderanno molto più difficile quella strategia di negoziazione continua a colpi di annunci e post improvvisi che ha caratterizzato finora lo stile di Trump.

Il presidente americano Donald Trump nel momento in cui annuncia i dazi reciproci, 2 aprile 2025

Il bilancio del dazi – Guardando ai numeri, la realtà appare meno catastrofica della narrazione politica. Nel 2025 il deficit commerciale degli Stati Uniti è stato di 901,5 miliardi di dollari, quasi invariato rispetto ai 903,5 miliardi del 2024, nonostante mesi di escalation tariffaria. Le importazioni hanno raggiunto il record di 4.334 miliardi di dollari, in crescita del 5%, mentre le esportazioni sono salite a 3.432 miliardi, con un aumento del 6%. In altre parole: il commercio estero americano non si è fermato, anzi è cresciuto su entrambi i lati della bilancia, e il deficit è rimasto stabile.
I dazi hanno cambiato rotte commerciali e strategie aziendali, ma non hanno ribaltato l’equilibrio complessivo. Hanno soprattutto consentito al governo americano di incassare quasi 170 miliardi di dollari di nuove imposte: circa l’80% pagato dagli importatori statunitensi (dati della Fed), il resto distribuito tra consumatori e imprese straniere.
Una somma che ora potrebbe anche dover essere restituita. Ma non subito, e non automaticamente. La Corte Suprema, infatti, non ha imposto alcun rimborso: tutto dipenderà dalla lunga sequenza di ricorsi legali già avviati dalle aziende coinvolte.

C’è un giudice a Washington – Il vero punto è istituzionale. La divisione dei poteri negli Stati Uniti ha funzionato in modo netto. La Corte Suprema ha messo un limite all’azione del presidente, stabilendo che i dazi non possono essere introdotti con un semplice atto d’emergenza: niente più “pennarello magico” per cambiare le regole del commercio da un giorno all’altro. Da ora serviranno indagini formali, consultazioni, passaggi tecnici e tempi più lunghi. È, in fondo, l’idea classica di Montesquieu: il potere che limita il potere, perché nessun ramo dello Stato possa agire senza contrappesi.
Il dato più significativo è che la decisione arriva da una Corte a maggioranza conservatrice: sei giudici su nove sono considerati di area repubblicana, e tre, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, sono stati nominati proprio da Trump durante il suo primo mandato. Un dettaglio che rende il verdetto ancora più rilevante: non un’opposizione ideologica alla politica commerciale, ma un richiamo istituzionale ai limiti del potere presidenziale.

La risposta europea – L’Europa osserva con prudenza, ma anche con crescente irritazione. Bruxelles insiste sul fatto che gli accordi vadano rispettati e che l’intesa raggiunta nell’estate del 2025 non possa essere rimessa continuamente in discussione. Quell’accordo, va ricordato, prevedeva comunque dazi medi al 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, con alcune eccezioni mirate, in particolare su auto, prodotti legati all’industria della difesa e su alcune filiere agroalimentari, pensate per attenuare l’impatto sui settori più sensibili.
In una dichiarazione ufficiale, la Commissione europea ha ribadito che «un accordo è un accordo», sottolineando che l’Unione si aspetta dagli Stati Uniti il rispetto degli impegni presi e che i prodotti europei continuino a beneficiare del trattamento tariffario concordato. Dietro il linguaggio diplomatico, però, si intravede una linea più dura: restano pronte le contromisure commerciali e la possibilità di attivare i contro-dazi nel caso in cui Washington decidesse ancora una volta di cambiare rotta.