L’Italia ci sarà, ma con il cartellino “osservatore”. È questa la formula scelta da Palazzo Chigi per entrare nel Board of Peace – il consiglio internazionale per la gestione delle crisi guidato dagli Stati Uniti – senza diventarne membro effettivo e partecipare alla prima riunione prevista il 19 febbraio a Washington. Una presenza politica, non un’adesione piena. Con Roma anche l’Unione europea, che parteciperà inviando la commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica. Una soluzione diplomatica che consente di sedersi al tavolo senza restarne vincolati, anche perché la figura dell’osservatore non compare nel trattato fondativo (qui potete leggerlo) dell’organismo voluto da Donald Trump, che prevede soltanto Stati membri.

La scelta del governo italiano – La scelta è stata annunciata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e confermata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «È una buona soluzione», ha spiegato Meloni, «per garantire gli interessi nazionali». Dietro la formula c’è un equilibrio delicato. L’adesione piena comporterebbe limitazioni di sovranità che, secondo l’articolo 80 della Costituzione, richiedono una ratifica parlamentare; l’articolo 11 impone che eventuali cessioni avvengano in condizioni di parità tra Stati. La via dell’osservatore consente invece di monitorare, intervenire, pesare. Senza obblighi giuridici immediati.
Il Board of Peace è nato ufficialmente il 23 gennaio 2026 a Davos, nel cuore del World Economic Forum. Una platea globale, una regia impeccabile, diciannove leader chiamati a firmare uno dopo l’altro.

Il presidente Donald Trump a Davos durante l’istituzione del Board of Peace a Davos

Un nuovo baricentro decisionale – «Il Board of Peace ha un potenziale illimitato», ha scritto Trump su Truth, definendolo destinato a diventare «l’organismo internazionale più influente della storia». Nato per coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza, il progetto ha rapidamente allargato le proprie ambizioni fino a proporsi come piattaforma per la gestione delle crisi globali. «Una volta completamente formato potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo, in collaborazione con l’Onu», ha dichiarato il presidente americano, suggerendo un nuovo baricentro decisionale, meno burocratico e più politico.
Il primo banco di prova è Gaza. Trump ha parlato di oltre 5 miliardi di dollari già impegnati dai pasi firmatari e di una forza internazionale di stabilizzazione
Le stime di Onu e Unione europea indicano però un fabbisogno vicino ai 70 miliardi per ricostruire la Striscia. Attorno al tavolo siedono monarchie del Golfo come Bahrein e Arabia Saudita. Poi la Turchia, l’Uzbekistan, l’Argentina del presidente Javier Milei e l’Ungheria guidata da Viktor Orbán, oltre alla Bulgaria e al Kosovo della presidente Vjosa Osmani. Un mosaico politico variegato: democrazie, sistemi ibridi, monarchie autoritarie. Israele sarà rappresentato dal ministro degli Esteri Katz, mentre l’Indonesia ha annunciato la disponibilità a contribuire con 6mila soldati a un’eventuale missione di peacekeeping a Gaza.

La leadership americana – Il Board è apparso fin dalla sua istituzione fortemente centrato sulla leadership americana. Trump ne è presidente, ne convoca le riunioni, ne definisce l’agenda e, secondo lo statuto, ha un ruolo determinante nell’ammissione dei membri e nell’indirizzo strategico delle missioni. Per l’Italia la partita è tutta qui: non restare esclusa da un’iniziativa che potrebbe ridisegnare equilibri e alleanze, ma nemmeno consegnare quote di sovranità senza un mandato parlamentare. Restare dentro, senza farsi inglobare. Osservare oggi per decidere domani.