La Corte d’assise di Bergamo ha condannato all’ergastolo Moussa Sangare, italiano di origini malesi, per l’omicidio di Sharon Verzeni. La 33enne era stata uccisa a coltellate nella notte tra il 29 e il 30 luglio del 2024 a Terno d’Isola, in provincia di Bergamo, mentre faceva jogging. Nel pomeriggio di ieri, mercoledì 25 febbraio, i giudici hanno riconosciuto le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della minorata difesa, in quanto la donna è stata colpita di notte mentre era sola. Presenti in aula i familiari della vittima, tra cui il padre Bruno Verzeni, la madre Maria Teresa Previtali, i fratelli Melody e Cristopher e il fidanzato Sergio Ruocco. È stata proprio la sorella a prendere la parola una volta concluso il processo in primo grado: «Abbiamo confidato fino all’ultimo che l’imputato riconoscesse il suo efferato delitto. Questo purtroppo non è successo e ciò non fa altro che aumentare la sua pericolosità – ha dichiarato -. Sharon, sarai sempre viva nei nostri cuori, con noi tutti i giorni».

Moussa Sangare

L’accusa, coordinata dal pm Emanuele Marchisio, ha insistito sulla piena capacità di intendere e di volere di Sangare, definendo l’omicidio come «un delitto commesso per noia, da un narciso che ha voluto uccidere per provare un’emozione forte». A nulla è servito il tentativo della legale dell’imputato, Tiziana Bacicca, di dimostrare l’estraneità alla vicenda del proprio assistito. Una serie di elementi ha fatto invece pensare alla piena consapevolezza da parte dell’omicida: dopo aver inferto le cinque coltellate, Sangare ha infatti seppellito l’arma del delitto, si è tagliato i capelli e ha sostituito alcuni pezzi della propria bicicletta per non essere rintracciato. L’imputato, inoltre, aveva confessato la sua colpevolezza due volte, sia al momento del fermo sia durante l’udienza di convalida. Sangare non aveva un’occupazione ufficiale, il suo sogno era diventare un rapper: aveva collaborato con Ernia e Izi nel brano Fenomeno e aveva tentato di entrare a X Factor, venendo però eliminato durante le selezioni. In seguito, aveva cercato il successo negli Stati Uniti e in Inghilterra. Gli amici raccontano che al ritorno dal Regno Unito, complice anche la morte del padre, era diventato un’altra persona. Aveva iniziato a drogarsi e a litigare con la famiglia, tanto da essere cacciato di casa per finire ad occupare un appartamento al piano terra della stessa palazzina. In quel monolocale, gli investigatori hanno poi trovato una sagoma umana con cui Sangare si esercitava nel lanciare coltelli.

Da parte sua, la difesa ha messo in dubbio tale testimonianza dipingendo Sangare «testimone disturbato». Il trentunenne aveva infatti ritrattato e sostenuto di aver assistito all’omicidio di Verzeni. Oltre a questo, l’avvocata Bacicca ha sollevato dubbi attorno all’assenza di tracce di sangue sul coltello e nella casa dell’omicida e sulle imprecisioni delle perizie scientifiche. Il legale della famiglia Verzeni, Luigi Scuteri, ha invece riportato l’attenzione sull’autopsia, i test del Dna e i filmati delle telecamere, che lasciano poche incertezze sulla vicenda: «Non è rimasto più alcun dubbio né sulla colpevolezza di Moussa Sangare, né nella ricostruzione della vicenda – ha commentato -. Sangare ha scelto volontariamente di essere un assassino (…), non si può spezzare la vita di una giovane donna solo per dare sfogo ai propri istinti antisociali».