Padri anziani e con poche tutele. L’Italia resta fanalino di coda in Europa quando si parla di parità tra padri e madri nei congedi lavorativi. Nel nostro paese il congedo parentale non va oltre i dieci giorni: il minimo sindacale sancito delle norme europee. Nel resto d’Europa si viaggia invece su numeri più alti. In Spagna sono previste 19 settimane, in Francia siamo intorno ai 28 giorni, mentre in Svezia non c’è un vero e propria distinzione tra maternità e paternità e si può arrivare fino a più di un anno. Non è un caso, infatti, se in Spagna l’adesione a questa forma di sostengo è del 75% ed è stata capace di modificare in maniera reale la partecipazione delle madri alla società, secondo quanto afferma uno studio della London School of Economics. A riscontrare questa correlazione anche i dati Ocse, che mostrano come all’aumentare dei giorni di congedo di paternità aumentino anche le ore dedicate ai lavori di cura.

La situazione italiana – L’Italia, che oggi 19 marzo – nonché giorno di San Giuseppe – festeggia proprio la festa del papà, non può vantare questa correlazione. I numeri parlano di un’adesione, alta e in crescita, del 64%. Il vincolo però sono il numero limitato di giorni previsti: solo dieci. Tra l’altro come sottolineano i dati Inps, i padri italiani in media utilizzati solo 7 sui dieci disponibili. Inutile dire che siano troppo pochi per influenzare concretamente le dinamiche familiari. Non sono poi da dimenticare le disparità Nord/Sud. I dati elaborati da Inps e Save the Children mostrano come al Nord le adesioni siano sopra la media mentre al sud molto sotto. Questa normativa si inserisce in un contesto di bassa natalità: solo il 21% degli italiani tra i 18 e i 49 anni dichiarano di essere pronti a fare un figlio. Anche l’età media dei padri è molto alta: 35,8 anni con uomini pronti ad affrontare la genitorialità anche a 45 o 50 anni.

Il dibattito parlamentare – L’equazione “più sussidi, più bambini” non è affatto garantita, ma il Parlamento non sembra disposto a metterla alla prova. È di qualche mese fa il “no” alla Camera della proposta delle opposizioni sul congedo paritario tra i genitori da cinque mesi. Il centrodestra ha declinato l’iniziativa dichiarandosi però aperto al dialogo. «Esiste un problema di copertura finanziaria ma si sarebbe potuto fare un confronto nel merito che poteva prevedere una applicazione parziale o per tappe» ha sottolineato al Sole 24ore la deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra. Nella maggioranza le perplessità non sono solo economiche. Walter Rizzetto (Fdi) assicura che «c’è disponibilità ad affrontare il tema» anche se la parità del congedo fa nutrire «qualche dubbio e riserva».

Berlino come Roma – L’Italia vive dunque un periodo di stallo della normativa. Lo stesso che sta affrontando da decenni la Germania. A Berlino non si è riuscito formalmente neanche a garantire il minimo di dieci giorni previsto dalle leggi europee. C’è però da sottolineare come questo sia una sorta di cavillo formale. Infatti, i padri tedeschi non possono comunque usufruire di congedi non specifici con indennità sfruttabili da entrambi i genitori. Il problema resta il basso tasso di adesione da parte degli uomini e la parzialità del contributo economico. I massimali tedeschi sono piuttosto stringenti intorno ai 1.800 euro e una retribuzione capace di coprire solo il 65% dello stipendio originale. Il vantaggio rispetto al modello italiano è quello di non porre barriere tra uomini e donne. Lasciando libertà ai genitori di decidere chi deve sfruttare il congedo. Anche, se, il più delle volte, badare al bambino rimane una questione femminile, con conseguenze economico/lavorative difficili da invertire.