Fa finta di essere sorpreso Paul Thomas Anderson quando Nicole Kidman lo chiama sul palco per ricevere l’Oscar più importante dell’anno, quello per il miglior film per il suo Una battaglia dopo l’altra. La verità è che lo sapevano tutti: quest’anno in pochi avrebbero potuto rubargli la statuetta. Mentre passeggia con aria disinvolta, Teyana Taylor, pazza nel film e anche un po’ nella vita, lo strangola presa dalla felicità, mentre la giovane star che Anderson ha lanciato, Chase Infiniti, saltella dalla gioia.

Chese Infiniti abbraccia Paul Thomas Anderson (Foto Ansa)

Tutto secondo i piani – Alla fine è una notte degli Oscar che non riserva grandi sorprese. Tutti si aspettavano grandi appelli contro Donald Trump e sono arrivati. Il più spassoso è quello di Jimmy Kimmel: «Ci sono alcuni paesi i cui leader non sostengono la libertà di parola. Non sono autorizzato a dire quali. Limitiamoci a citare la Corea del Nord e la Cbs». C’era il sospetto che Timothée Chalamet, dopo aver dato per defunte opera e balletto, avrebbe potuto avere qualche altre conseguenza oltre che le risposte piccate di teatri da tutto il mondo. Gli Oscar non lo premiano: non è lui il miglior attore per il suo ruolo in Marty Supreme. La statuetta va a Michael B. Jordan per l’interpretazione in Sinners. Altre mani che hanno ricevuto l’onoreficenza sono più prevedibili: si intuiva che la miglior attrice sarebbe stata Jessie Buckley per la sua interpretazione in Hamnet, si era certi che Sentimental Value avrebbe vinto come miglior film straniero. Nella serata delle stelle c’è poi un piccolo sorriso per l’Italia che, con Valentina Merli, coproduttrice (con una casa di produzione francese però) del corto Two People Exchanging Saliva, ha vinto nella categoria miglior cortometraggio, commenta poi all’Ansa: «Penso che il cinema, come tutta la cultura, non sia abbastanza sostenuto in Italia».

Abbuffata di Oscar per Anderson – A prendersi però la scena è Una battaglia dopo l’altra, storia di padri (Leonardo Di Caprio) e figlie (Chase Infiniti), di attacchi terroristici contro una presunta agenzia anti-immigrazione americana e di macchine sportive che si rincorrono per il deserto americano. La favola narrativa di Anderson è la meglio riuscita dell’anno, superiore, secondo l’Academy, alla trama complottista di Bugonia (Yorgos Lanthimos), alla vicenda musicale di Sinners o al drammatico Hamnet, tra gli altri. A vincere è una trama vera, dove non c’è spazio per estetismi fini a sé stessi o immagini pretestuose, come la filmografia di Anderson vuole da Boogie Nights a Licorice Pizza.
Al momento del ritiro della statuetta Anderson fa un discorso tra il democristiano e il “guarda te dove siamo finiti”: «Nel 1976, i candidati all’Oscar per il miglior film erano Quel pomeriggio di un giorno da cani, Qualcuno volò sul nido del cuculo (che vinse, ndr.), Lo squalo, Nashville e Barry Lyndon. Non c’è un “migliore” tra questi. C’è solo quello che poteva essere l’umore di quel giorno. Siamo felici di far parte di questo: un viaggio meraviglioso con i nostri colleghi candidati». Come a dire, prima c’era Kubrick (mai premiato dall’Academy in verità) e ora ci sono io.

Dominio a due – Nonostante una certa umiltà di Anderson la sua creazione fa abbuffata di Oscar. Oltre alla statuetta per il miglior film, si aggiudica anche quella per la miglior regia, sceneggiatura non originale, montaggio e casting, oltre a essere stata la “casa” del miglior attore non protagonista: Sean Penn, non presente alla cerimonia perché in Ucraina. Una scorpacciata di statuette rubate quasi tutte a Sinners, partito con 16 nomination e capace di concretizzarne solo quattro, grazie ai premi per sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora e miglior attore (Michael B. Jordan).

Timothée Chalamet e Kylie Jenner, alla cerimonia degli Oscar (Foto Ansa)

Timothée lo sconfitto – C’è chi posa con l’Oscar tra le braccia e chi invece torna a casa a mani vuote. Il primo dei delusi è senza dubbio Timothée Chalamet. Fino a poche settimane fa già certo del successo come miglior attore grazie alla mega campagna mediatica di Marty Supreme, è caduto sul rettilineo con un’infelice uscita su opera e balletto: «Nessuno se ne preoccupa più», descrivendo queste arti come qualcosa di poco rilevante per il pubblico moderno, in una chiacchierata pubblica con Matthew McConaughey. Resta a guardare anche Leonardo DiCaprio che, nonostante una gigantesca interpretazione nel film di Anderson, sconta l’effetto della par condicio e lascia la statuetta a Michael B. Jordan, protagonista in Sinners, consacrandolo per la prima volta nel grande cinema.