C’è una notte, ogni anno, in cui gli Stati Uniti si fermano davanti a uno schermo convinti di ritrovarsi uniti, almeno per il tempo di una partita. Ma il Super Bowl disputato la scorsa domenica a Santa Clara ha dimostrato che nemmeno il rito sportivo più sacro ormai riesce a nascondere le crepe profonde che attraversano il Paese. Sul campo ha vinto Seattle senza storia; fuori, a imporsi è stata ancora una volta la polarizzazione. Dal punto di vista sportivo, la sessantesima edizione del Super Bowl è stata rapidamente archiviata. I Seattle Seahawks hanno dominato i New England Patriots con un netto 29 a 13, togliendo suspense già nella seconda metà della gara. Una vittoria limpida, che avrebbe meritato i titoli principali. E invece il football è passato presto in secondo piano, travolto da un dibattito più ampio.

Bad Bunny – Il centro emotivo della serata è stato lo spettacolo dell’intervallo. Bad Bunny ha trasformato il prato del Levi’s Stadium in un villaggio simbolico delle Americhe: musica in spagnolo, riferimenti a Portorico, volti celebri accanto a persone comuni, famiglie, comunità. Il messaggio, esplicito e ripetuto, era uno solo: l’America è pluralità e l’amore può essere più forte dell’odio. Una visione coerente con la biografia dell’artista – originario di Portorico – ma anche una scelta che ha volutamente messo in discussione l’idea tradizionale e monolingue del patriottismo statunitense.

La reazione della Casa Bianca – La risposta di Donald Trump non si è fatta attendere. Il presidente ha bollato l’half time come «uno dei peggiori di sempre», definendolo offensivo e inadatto, soprattutto per i bambini. Più che una critica musicale, la sua è apparsa come una presa di posizione identitaria: a infastidire non è stato solo lo stile dello show, ma il fatto che il palcoscenico più visto d’America fosse occupato da un artista che canta quasi esclusivamente in spagnolo. Una frattura culturale ormai esplicita, che nemmeno il Super Bowl riesce più a mascherare. In alcune emittenti televisive conservatrici e su piattaforme schierate a destra, buona parte del pubblico non ha visto lo show di Bad Bunny ma è stata indirizzata verso un All-American Halftime Show alternativo organizzato dal gruppo Turning Point USA, con protagonisti come Kid Rock e altri artisti country, presentato come contro-programmazione patriottica alla performance dell’artista portoricano.

Spot e contraddizioni – Come sempre, il Super Bowl è stato anche una vetrina pubblicitaria globale. Tra idee brillanti, ritorni nostalgici e sperimentazioni sull’intelligenza artificiale, gli spot hanno offerto una fotografia vivace ma disomogenea della cultura pop americana. Uber Eats ha conquistato il consenso con una campagna meta-narrativa che suggerisce, con Matthew McConaughey e Bradley Cooper, che lo sport stesso esista solo per vendere cibo: dai pali delle porte paragonati a forchette fino agli stadi come enormi tavole imbandite.
Instacart ha puntato su un’estetica anni Ottanta, con Ben Stiller e Benson Boone diretti da Spike Jonze, trasformando la spesa online in uno spettacolo surreale e nostalgico.
Anthropic, al debutto al Big Game, ha sorpreso con uno spot che parodiava il linguaggio iper-razionale dell’intelligenza artificiale, prendendo implicitamente di mira ChatGpt e il modo in cui l’AI struttura ogni risposta.
Accanto a questi esperimenti, marchi storici come Bud Light, Pepsi Zero Sugar e Pringles hanno scelto la strada più classica: celebrità, gag immediate e riferimenti riconoscibili, confermando quanto il Super Bowl resti un terreno di scontro tra innovazione e formula tradizionale.