I numeri di Nvidia sono ottimi. Ma il mercato non sa più cosa pensare del boom dell’intelligenza artificiale. È questo il paradosso che attraversa Wall Street. Da una parte risultati record, crescita esplosiva. Dall’altra prudenza, esitazione, volatilità. Come se gli investitori avessero smesso di chiedersi quanto l’AI crescerà, iniziando invece a domandarsi chi pagherà il conto.

Trimestrale da favola – Il simbolo di questa ambivalenza è Nvidia. Il colosso americano dei semiconduttori, nella serata di ieri, ha annunciato ricavi per 78 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre del 2025 con margini al 75%, ben oltre le attese di Wall Street. Nei tre mesi il gruppo ha registrato un fatturato di 68,1 miliardi, in crescita del 73% su base annua. I data center, cuore pulsante della rivoluzione AI, hanno generato oltre 62 miliardi di ricavi. Per la prima volta il fatturato annuo ha superato quota 200 miliardi (più o meno il valore del Pil della Grecia), con un utile netto di 120 miliardi.
Risultati eccellenti che mostrano come l’azienda californiana continui a vendere a ritmi vertiginosi i “motori” dell’intelligenza artificiale. I suoi chip sono il carburante necessario per addestrare e far funzionare modelli come ChatGPT o Claude. Più cresce la domanda di AI, più cresce la necessità di potenza di calcolo, quindi di chip Nvidia. Eppure il titolo non decolla come ci si aspetterebbe e oggi è atteso agli scambi intorno alla parità. Il motivo è che il mercato non guarda solo ai ricavi attuali, ma alla sostenibilità di domani.

I limiti dietro il boom – Il primo nodo è industriale. Nvidia dipende da una catena di fornitura estremamente concentrata, soprattutto per la memoria ad alta banda, componente essenziale per i processori avanzati. SK Hynix, Samsung e Micron sono i principali fornitori, e la scarsità di memory chip rende più difficile prevedere margini e capacità produttiva.
Il secondo nodo è geopolitico. La Cina resta un mercato potenzialmente gigantesco ma incerto. Le restrizioni americane sulle esportazioni di chip avanzati hanno rallentato le licenze e Nvidia, nei propri obiettivi di vendita, non include ancora ricavi significativi da Pechino. In altre parole: una fetta enorme di mercato esiste, ma potrebbe restare fuori portata.
Il terzo nodo è finanziario. Ed è forse il più sottovalutato.

Jensen Huang, Ceo di Nvidia

Il debito dietro la corsa all’AI – Microsoft, Google, Amazon e Meta hanno annunciato investimenti complessivi per oltre 600 miliardi di dollari nei data center. Le big tech continuano a spendere per assicurarsi capacità di calcolo, acquistando GPU da Nvidia e AMD in quantità senza precedenti. Ma la monetizzazione di questi investimenti procede più lentamente del previsto.
«Il mercato fatica a capire se siamo davanti a una rivoluzione produttiva immediata o a un’enorme anticipazione di spesa che produrrà ritorni solo tra diversi anni», osserva Marco Gambaro, professore di economia dei media all’Università degli Studi di Milano. «Per ora solo pochi gruppi, come Meta e Google, mostrano segnali concreti di ritorno economico diretto dall’AI. Molti altri stanno investendo a debito senza un modello di ricavi ancora chiaro».
Il problema è che l’AI costa moltissimo: infrastrutture, energia, chip, personale specializzato. Ma trasformare questa potenza di calcolo in flussi di cassa stabili richiede tempo. E intanto le aziende accumulano debito. E i mercati iniziano a chiedersi quanto ciò sia sostenibile.

Il rischio del credito privato – Il rischio più silenzioso, per alcuni analisti, si trova però lontano dai riflettori delle Borse. È nel private credit, il mondo dei prestiti non quotati che negli ultimi anni ha finanziato una quota crescente di acquisizioni, soprattutto nel software. Molte società di programmatori sono state comprate dai fondi di private equity tra il 2021 e il 2022, quando il costo del denaro era vicino allo zero. Il presupposto era semplice: aziende con ricavi ricorrenti, margini elevati e crescita prevedibile.
Oggi quel paradigma però vacilla. L’AI rischia di ridurre la vita utile di molti software tradizionali, soprattutto quelli legati a funzioni amministrative o di back-office nelle aziende o di sostituirli del tutto con gli con l’intelligenza artificiale agentica. Se i ricavi rallentano o evaporano, i debiti contratti per acquistarli diventano improvvisamente pesanti e si rischia una crisi dei fondi che più si avevano fatto shopping tra le società di software.

Un mercato sospeso – Ecco il vero paradosso. Nvidia macina record, l’AI accelera, gli investimenti esplodono. Ma i mercati restano prudenti perché il sistema finanziario intorno a questa rivoluzione appare fragile. Il successo dell’AI è evidente sul piano tecnologico. Molto meno su quello economico. Chi paga oggi spera di incassare domani. Ma nessuno sa davvero quando arriverà quel domani. Per ora, l’intelligenza artificiale produce soprattutto una cosa: incertezza. E il mercato, quando non sa cosa pensare, preferisce restare fermo, anche davanti alle trimestrali da record.