Mercati dell’energia in shock allì’indomani degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Nella mattina di oggi, lunedì 2 marzo, le quotazioni del greggio Wti e del petrolio Brent hanno fatto registrare un balzo in apertura rispettivamente del 9,39% (a 73,3 dollari al barile) e del 10,51% (a 80,10 dollari al barile). Venerdì sera entrambi i contratti viaggiavano tra i 66 e i 73 dollari al barile. Nel corso della mattina l’impennata è rientrata, fino a raggiungere un rialzo +ì tra il 7% e l’8% per entrambi gli indici al momento della pubblicazione di questo articolo. Sono le prime conseguenze della guerra in Medio Oriente, per cui Donald Trump ha dichiarato di non essere «preoccupato per nulla». Ma i mercati lo sono eccome: Barclays ha stimato che il greggio potrebbe arrivare ai 100 dollari al barile se lo stretto di Hormuz non dovesse riaprire.

Lo stretto di Hormuz – Da quel canale che separa Iran ed Emirati arabi uniti e che collega il Golfo persico a quello dell’Oman passano circa 20 milioni di barili al giorno. Si tratta del petrolio del Golfo, quello esportato da Iran, Iraq, Emirati arabi, Kuwait e Oman, che sta sostituendo quello russo: vale un terzo di tutto il greggio trasportato via mare e un quinto di quello mondiale (quasi il 50% di quello commercializzato): il 38% è destinato al mercato cinese, mentre all’Europa va solo il 3%. Lo stretto non è mai stato chiuso, nemmeno durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Il 28 febbraio le guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura e da domenica i passaggi si sono fermati. Ora sono almeno 150 le navi che hanno gettato l’ancora nelle acque aperte del Golfo. Per bloccarle vengono usate anche interferenze satellitari che ne disattivano i computer di bordo e c’è il rischio che l’Iran possa usare delle mine.

Il nodo Gnl – Non sono solo le petroliere a rimanere bloccate ma anche le metaniere di Emirati e Qatar, primo esportatore mondiale. L’Italia è il primo Paese europeo per volume di gas naturale importato dal Qatar, secondo solo solo agli Stati Uniti come fornitore europeo. Per questo il prezzo al megawattora del gas naturale liquefatto ad Amsterdam (indice Ttf) in apertura di lunedì ha segnato il +25%. Sono soprattutto Cina, India, Giappone e Corea del Sud a fare uso del gas del Golfo e un blocco dei flussi di approvvigionamento li metterebbe in diretta competizione con l’Europa per i carichi flessibili sul mercato spot, ovvero spedizioni una tantum non pianificate tramite contratti a lungo termine. Ciò farebbe aumentare i prezzi di riferimento in un momento in cui i livelli di stoccaggio del gas in Europa sono molto più bassi rispetto a due anni fa: sono 46 i miliardi di metri cubi stoccati a fine febbraio 2026 contro i 77 del 2024. Secondo gli analisti di Goldman Sachs, un blocco del passaggio anche per un solo mese potrebbe far impennare i prezzi del gas in Europa e in Asia fino al 130%.

Diesel e bollette – Molto dipenderà da quanto a lungo continuerà l’offensiva in Iran. Durante la Guerra dei 12 giorni, nel 2025, lo shock dei mercati è stato placato dalla rapidità del conflitto. Ora, con l’ingente dispiegamento di mezzi da parte degli Stati Uniti e l’annuncio che ci potrebbero volere almeno quattro settimane per raggiungere gli obiettivi prefissati da Trump, la crisi energetica potrebbe farsi sentire. Oggi il diesel ha raggiunto il prezzo più alto da un anno e il prezzo medio ai distributori è già in rialzo, ma gli effetti del balzo di queste ultime ore si vedranno solo a partire dai prossimi giorni. Anche l’energia elettrica potrebbe risentirne, con conseguenze in bolletta che avrebbero dure ripercussioni anche sull’industria europea.

Le borse – Non è andata bene la prima seduta di contrattazioni del mese per le borse euopee, che hanno aperto in rosso. A Piazza Affari il Ftse Mib ha aperto cedendo il 2,4% (-1,7% a mezzogiorno), a Parigi il Cac40 ha perso il 2,2% (-1,6% alle 12) e il Dax di Francoforte il 2,3% (-1,9% alle 12). Le preoccupazioni sulla solidità dell’economia mondiale, aggravate dalle interruzioni nelle catene di fornitura energetica, penalizzano i titoli industriali e bancari. Al contrario, avanzano i comparti della difesa e dell’energia, sostenuti dall’impennata dei prezzi del petrolio. A mezzogiorno trainano il Ftse Mib Leonardo (+4,30%), Eni (+2,51%), Fincantieri (+3,95%) e Italgas (+1,92%).