Continua a regnare l’incertezza sui mercati dopo lo scoppio della guerra in Iran. Dopo che martedì 3 marzo è proseguita la scia di vendite che ha portato Piazza Affari a una pesante chiusura in rosso (-3,92%), mercoledì i mercati hanno abbozzato un rimbalzo. Anche petrolio e gas hanno rallentato, ma per tornare a correre all’apertura successiva. A mezzogiorno di giovedì 5, al momento della pubblicazione di questo articolo, gli indici rimangono in lieve crescita, in generale sotto lo 0,5%, per i principali listini europei. Un po’ di sollievo per i titoli di Stato italiani, con lo spread tra Btp e Bund che si assesta attorno ai 68 punti base dopo aver toccato i 72 martedì. Ma è ancora presto per l’ottimismo: una chiusura settimanale negativa, com’è probabile, potrebbe portare a un marzo al ribasso, con un avvitamento delle quotazioni verso nuovi minimi annuali.
Energia – La cartina tornasole della crisi sono i prezzi dell’energia, che restano molto al di sopra dei valori precedenti all’offensiva israelo-statunitense di sabato 28 febbraio. Il gas naturale, ora per la maggior parte bloccato nel Golfo persico, venerdì scorso viaggiava attorno ai 30 dollari al megawattora. Dopo un picco di 60 toccato martedì 3, oggi le speranze che il conflitto non superi le 4-5 settimane l’hanno riportato a 51, comunque in salita dopo la chiusura in calo dell’8,3% di ieri. Un andamento analogo a quello del greggio americano Wti e del Brent del Mare del Nord, che hanno riaperto in rialzo e si trovano ora rispettivamente a 75 e 83 dollari al barile (venerdì avevano chiuso a 67 e 72). Quotazioni, quelle del greggio, leggermente mitigate dalle promesse di Donald Trump di sostenere i mercati petroliferi e assicurare una scorta della marina militare per le petroliere. Ma soprattutto soggette ad una alta volatilità.
Trasporti – Ad accusare il colpo soprattutto i trasporti. I grandi operatori delle rotte via mare, come la danese Marsk e la cinese Cosco, hanno sospeso alcune tratte verso il Golfo persico per il rischio troppo elevato. Con ripercussioni non solo su spedizioni di petrolio e gas, ma di una vasta gamma di prodotti da e per l’Asia. È il caso dei prodotti agricoli italiani, ma ne è un esempio anche la tedesca Adidas, ieri sprofondata (-4,6%) nonostante i ricavi record con cui ha chiuso il 2025. Ma se il Dax di Francoforte martedì era in negativo del 2,3%, è anche per la crisi del settore aereo, con Lufthansa tra gli indici che hanno accusato i contraccolpi più duri. Il tutto mentre in Germania gli aeroporti diventano parcheggi per le decine di Boeing e Airbus delle linee di Qatar, Bahrein ed Emirati fuggiti ai bombardamenti sulle piste del Golfo. Assieme all’Indonesia, la Bundesrepublik è infatti uno dei paesi sicuri che hanno dato ospitalità ai velivoli in fuga.
Asia – E proprio dalla crisi delle compagnie aeree è partita la picchiata delle borse asiatiche. Lunedì Singapore Airlines segnava un calo del 4,5%, Cathay Pacific del 5,4%, Japan Airlines -5,6%. Così i listini asiatici, fortemente dipendenti dal greggio e dal gas del Golfo, hanno iniziato a scendere. Oggi il Kospi di Seul sale del 10% (+9,98%), ma dopo aver fatto segnare un crollo storico del 12% mercoledì 4. Anche Tokyo ha guadagnato quasi il 2% (+1,80%), ma dall’inizio della crisi ha fatto segnare perdite per oltre 4 punti percentuali. Timida invece la risalita di Shanghai (0,73%) e Hong Kong (0,15%). La ripresa è spinta dal mercoledì positivo di Dow Jones e Nasdaq, in positivo e con il secondo in rialzo dell’1,29% grazie ai titoli tecnologici. Anche in Asia l’ottimismo ha contagiato soprattutto l’industria tech, premiando in particolare i leader dei chip di memoria Samsung Electronics e SK hynix, saliti di circa l’11%.
Valutario – Ma bisogna aspettare a chiamarlo rimbalzo, perché per ora sembra più un assestamento tecnico. Rimangono i timori per l’industria europea, che vorrebbe scongiurare un’impennata delle bollette. Anche perché bisogna evitare un rialzo dell’inflazione mentre molte economie stanno cercando di consolidare la ripresa. Sul valutario, tornano gli acquisti sul dollaro, coi beni rifugio nuovamente in primo piano: il cambio euro/dollaro è in calo, mentre sale l’oro (+0,8% a 5.163 dollari l’oncia), a ricordare quanto sia fragile lo scenario.




