I fatti, si sa, hanno la testa dura. Ma Stellantis per anni ha preferito inseguire una narrazione: l’elettrico come destino inevitabile e unica strada possibile. Dal 2019 in poi titoli e dichiarazioni si sono rincorsi: batterie pronte a rivoluzionare il mercato, utili destinati a crescere grazie alle auto a zero emissioni, margini più alti e meno complessità industriale. L’intero settore, e Stellantis non era certo sola, annunciava a ritmo serrato piattaforme dedicate, gigafactory, investimenti miliardari, road map irreversibili verso il full electric. Il messaggio era chiaro. Poi è diventato salvifico. Infine quasi religioso: chi si fosse convertito per primo all’elettrico avrebbe raccolto i frutti della nuova era. Una vera promessa di redenzione industriale.
Conti in rosso – Poi la realtà ha bussato alla parta. E i numeri hanno risposto. Per Stellantis le previsioni di un flusso di cassa multimiliardario si sono trasformate in un flusso negativo superiore ai 2 miliardi. Ci sono state svalutazioni per oltre 20 miliardi. Il dividendo è stato sospeso. Il titolo è crollato in Borsa del 30% in un giorno. Le promesse di rendimenti generosi legati alle elettriche si sono scontrate con un mercato più lento, più prudente, meno lineare di quanto ipotizzato nei business plan.
I costi delle batterie restano elevati. Le materie prime sono in larga parte fuori dal controllo europeo. Gli incentivi pubblici sono diventati intermittenti. I consumatori frenano davanti a prezzi più alti e a un’infrastruttura di ricarica ancora incompleta. La crescita dell’elettrico c’è stata, ma non nella misura necessaria a sostenere investimenti anticipati e massicci. E ormai, su 10 auto vendute in Europa, una è cinese.

John Elkann e Carlos Tavares, presidente ed ex ceo di Stellantis (Ansa)
Gli errori di Tavares – Non è un caso isolato. Anche marchi premium come Porsche hanno dovuto rivedere target e tempistiche dopo aver puntato con decisione sull’elettrificazione integrale. Il mercato non ha assorbito l’offerta alla velocità prevista, comprimendo margini e imponendo una revisione delle strategie. Nel caso di Stellantis, la linea impostata sotto la guida di Carlos Tavares puntava su una trasformazione rapida e profonda, coerente con la spinta regolatoria europea ma costruita su ipotesi di domanda molto ambiziose. Oggi il gruppo è costretto a ricalibrare: più ibrido, più gradualità, maggiore attenzione alla liquidità e ai margini.
Il Green deal – Sul piano politico, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha collegato la crisi alla gestione di Tavares e alla spinta ideologica del Green deal europeo, il piano varato nel 2019 per ridurre in modo accelerato le emissioni. Secondo Urso, l’aver puntato quasi esclusivamente sull’elettrico ha compresso alternative e tempi di adattamento dell’industria. Da qui la richiesta di un cambio di rotta: meno rigidità, più pragmatismo, maggiore attenzione alla sostenibilità economica del cambiamento produttivo. Un segnale che la discussione non è più solo industriale, ma anche strategica per l’intero sistema europeo. Il punto non è negare la transizione. È riconoscere che richiede tempi, investimenti sostenibili e una domanda reale. L’elettrico resta importante nel futuro dell’auto. Ma non è stata, almeno finora, la miniera d’oro promessa.
Quando le narrazioni incontrano i bilanci, sono i numeri ad avere l’ultima parola. E oggi i numeri impongono prudenza, realismo e una revisione delle ambizioni.




