Anche l’Iran si è mosso alla fine, e nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, è arrivata la nomina di Mojtaba Khamenei come prossima Guida Suprema del paese. La scelta è avvenuta al termine dell’elezione guidata dagli 88 religiosi della Assembly of Experts, ovvero il collegio incaricato di designare la massima autorità della repubblica islamica. La scelta è però contraddittoria rispetto alle ispirazioni originarie della Repubblica islamica, la quale nacque quasi cinquant’anni fa con l’intenzione di sostituire la logica ereditaria con elezioni democratiche.
Il voto è arrivato al termine di una riunione convocata pochi giorni dopo la morte del padre di Mojtaba, Ali Khamenei, Guida Suprema del paese dal 1989 e successore di quel Ruollah Khomeini che nel 1979 condusse la rivolta per rovesciare la monarchia allo scià e diede vita alla nuova Repubblica islamica, nata in contrapposizione alla monarchia ereditaria dei Pahlavi. La decisione rende Mojtaba Khamenei il terzo a ricoprire il ruolo di Guida Suprema del paese ed è una scelta di continuità all’interno del regime iraniano. Il 56enne è considerato espressione della linea più dura del regime, ha rapporti consolidati con i Guardiani della rivoluzione, il più potente e organizzato corpo delle forze armate iraniane, e con le milizie basij, spesso strumento della repressione del dissenso e del controllo interno.

Fonte: ansa
Il prescelto – Mojtaba Khamenei ha 56 anni e il suo nome in arabo significa “prescelto”. È nato l’8 settembre 1969 nella città di Mashhad, nel nord-est del Paese, ed è il secondo dei sei figli di Ali Khamenei. Ha frequentato la scuola religiosa Alavi di Teheran e, secondo i media iraniani, ha prestato servizio militare per brevi periodi durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Durante il conflitto conobbe vari uomini che avrebbero assunto ruoli importanti nelle forze di sicurezza iraniane nei decenni successivi. La sua carriera si è sempre svolta lontano dalle luci di cui ha invece vissuto il padre, sfruttando i legami militari per aumentare la propria influenza negli apparati di sicurezza del paese. Non si è mai fatto fotografare molto, né ha mai concesso interviste che hanno permesso di conoscerlo di più.
Ruolo politico? – Khamenei figlio inizia a giocare un ruolo di primo piano nella politica iraniana nel periodo nelle elezioni presidenziali del 2005, quelle che portarono alla vittoria Mahmoud Ahmadinejad. In una lettera aperta indirizzata ad Ali Khamenei, il candidato riformista Mehdi Karroubi accusò il figlio del leader di interferire nel voto attraverso reti legate ai pasdaran e alla milizia Basij, che avrebbero sostenuto la candidatura dell’allora sindaco di Teheran. Nel 2009 poi, il suo nome tornò in voga durante la crisi politica di quell’anno, quando la rielezione di Ahmadinejad scatenò proteste di massa note come Movimento Verde. Già allora comparvero slogano contro l’ipotesi che Mojtaba potesse succedere al padre. Infine il Dipartimento del tesoro degli Stati Uniti, che nel 2019 lo inserì nella lista delle sanzioni accusandolo di collaborare con i vertici dei pasdaran, per promuovere quelle che Washington definisce le «ambizioni regionali destabilizzanti» dell’Iran.
Le proteste americane – Nonostante il ruolo che da ieri sera ha ereditato, Mojtaba Khamenei non ha mai guidato ministeri o istituzioni statali. La sua esperienza politica è limitata anche se fortemente influenzata dai rapporti con i pasdaran e l’establishment più conservatore del regime. Questo ha fatto alterare Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha così tuonato dalla Casa Bianca: «Senza la mia approvazione, non durerà a lungo la nuova Guida suprema». Una minaccia condivisa da Israele, che vedono in Mojtaba l’espressione della volontà iraniana di non piegarsi alle richieste occidentali.
Le parole di Pezeshkian – Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è congratulato con Mojtaba Khamenei, affermando che la sua nomina segna «una nuova era di onore e autorità» per il Paese. In un messaggio diffuso dai media iraniani, Pezeshkian ha sottolineato l’elezione come «l’incarnazione della volontà» della comunità musulmana di «rafforzare l’unità nazionale», una «forza» che rende il Paese resiliente alle trame dei suoi avversari. Infine, da quando è iniziata la guerra i bombardamenti israeliani e statunitensi hanno ucciso non solo suo padre, ma anche sua moglie Zahra Adel, sua madre Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh e uno dei suoi figli.




