Il nemico del tuo nemico è tuo amico. Lo sanno bene i curdi che da quasi un secolo sono diventati gli amici perfetti degli occidentali durante le crisi in Medio Oriente. Il nuovo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele sta replicando uno scenario già visto, durante il conflitto contro l’Isis e la guerra del Golfo. Secondo alcune informazioni che arrivano da diverse agenzie di stampa, la Cia e il Mossad stanno armando le popolazioni curde tra Iran e Iraq. Per ora però non ci sono immagini di curdi armati e il leader del Kurdistan iracheno ha smentito infiltrazioni in Iran delle sue milizie.
In ogni caso, il disegno occidentale sarebbe quello di creare un’opposizione interna al Paese attaccato che possa aiutare nel cambio di regime. A livello numerico i curdi iraniani sono circa 9 milioni ma l’etnia curda e le sue rispettive organizzazioni militari si espandono dai confini settentrionali della Repubblica Islamica fino a quelli orientali della Turchia, passando per Siria e Iraq. A livello numerico i curdi (in persiano “i nomadi”) sono la più grande popolazione (35-40 milioni di persone) senza una legittimazione statale.

L’offensiva curda – In ogni caso sul campo resta ancora difficile da capire quali siano le forze in gioco. E sono tantissime le voci e le notizie che da una parte confermano e dall’altra smentiscono l’incursione curda. A quanto affermano fonti israeliane, come Channel 12, sarebbero già in atto scontri tra curdi (perlopiù iraniani) e truppe regolari del regime degli ayatollah. Allo stesso tempo, Fox News, ieri sera (6 marzo), ha dichiarato che «migliaia di combattenti curdi di Iraq e Iran hanno lanciato un’operazione militare contro la Repubblica Islamica. Nel nord-ovest del Paese». Al momento però non emergono evidenze di conflitti di terra in corso. Poche ore fa, il ministero dell’intelligence iraniano ha sostenuto di aver sventato il tentativo di infiltrazione da parte dei curdi iracheni, confermando dunque in maniera indiretta questa offensiva. C’è però il sospetto che, sia da parte iraniana che statunitense, la storia del boots on the ground sia solo un bluff. In mattinata il vice capo di gabinetto del primo ministro della regione del Kurdistan iracheno, Aziz Ahmad, ha dichiarato che «nessuno curdo iracheno ha attraversato il confine» in risposta a quanto filtrato nelle precedenti ore. La situazione è comunque in continuo mutamento. Non è escluso un coinvolgimento diretto dei curdi, magari solo quelli iraniani, nei prossimi giorni di conflitto. Ad esempio il Washington Post ha reso noto che Donald Trump ha offerto copertura aerea statunitense e ulteriore sostegno qualora i gruppi curdi iraniani tentassero di prendere il controllo di parte dell’Iran occidentale.


Il conflitto aereo – Se ancora aleggia il dubbio sull’entità del conflitto terrestre, in cielo continua la battaglia a colpi di missili e droni. Da una parte gli israeliani colpiscono le postazioni dell’esercito regolare iraniano cercando di agevolare l’infiltrazione curda. Dall’altra l’Iran lancia missili e droni verso la base militare americana di Erbil, cuore pulsante del Kurdistan iracheno, allargando il conflitto al confinante Iraq. La situazione potrebbe cambiare ora dopo ora.

Il sogno di autonomia – La speranza della popolazione curda resta quella di una regione/stato autonomo, desiderio che cova dal Trattato di Sèvres (1920), firmato da francesi, inglesi e turchi dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Questo desiderio però nella storia non si è mai realizzato e molto spesso le potenze occidentali l’hanno utilizzato come esca per far entrare nel conflitto le milizie curde. Il tradimento più recente è stato nei confronti dei siriani curdi. Tra il 2014 e il 2019, gli Stati Uniti hanno finanziato le Sdf (Forze Democratiche Siriane) contro il sedicente Stato Islamico. Dopo cinque anni di conflitto, 11.000 morti curdi e la sconfitta dell’Isis, gli Stati Uniti promisero un vero e proprio Khurdistan siriano nella regione del Rojava. Quello che però accadde è che il sostengo statunitense, dell’allora presidente Donald Trump, fu ritirato e i curdi furono attaccati dai confinanti turchi. Istanbul considera da sempre questo popolo come terrorista, dato che si è dovuto più volte scontrare con le spinte autonomista del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan).
Uno scenario simile ci fu nel 1991, questa volta in Iraq. Durante la Guerra del Golfo, il presidente George H.W. Bush promise ai curdi una ricompensa (territoriale) se si fossero opposti al sanguinario dittatore iracheno Saddam Hussein. Una volta però bombardata Bagdad e firmato l’armistizio con Saddam, Bush non alzò un dito quando il dittatore usò l’aviazione per schiacciare la rivolta curda. In qualche modo si potrebbe replicare uno scenario del genere tra i monti iraniani. Prima una mano tesa (ricca di armi) e poi un voltafaccia a risultato raggiunto. I curdi per ora temporeggiano, consapevoli che la storia non si ripete, ma a volte ci va molto vicino.