Dalle armi si passa alle carte. Il governo di Benjamin Netanyahu ha approvato un piano per registrare le terre nell’Area C in Cisgiordania (quelle sotto il controllo di Tel Aviv dopo gli Accordi di Oslo del ’95) e renderle statali qualora i palestinesi non fossero in grado di dimostrarne la proprietà. Dopo decenni di guerre, devastazioni e occupazioni, il rischio è però che molti documenti di proprietà siano andati persi o distrutti. Un’operazione di questo genere, la prima dal 1967, allargherebbe di fatto i confini di Israele e violerebbe le norme del diritto internazionale.

Il piano – La proposta di registrazione è stata avanzata dal ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, dal ministro della Giustizia Yariv Levin e dal ministro della Difesa Israel Katz. Nella giornata di ieri, domenica 15 febbraio, i ministri israeliani hanno approvato un fondo di 700 mila euro da usare per la registrazione di quelle terre. L’Area C, in cui ancora oggi vivono circa 300.000 palestinesi, occupa una porzione di terra pari al più della metà del totale della West Bank e secondo gli esperti quasi il 70% dei suoli della Cisgiordania è completamente non registrato. Il vero rischio è che quest’operazione sia un presupposto pas all’annessione di quell’area a Tel Aviv. I ministri dell’ultradestra israeliana parlano di una riforma che «crea certezze giuridiche», ma in realtà, secondo molti osservatori, sarebbe solo l’ulteriore dimostrazione della volontà del governo di Benjamin Netanyahu di annettere ulteriori terre. Solo una settimana fa, il Consiglio ministeriale israeliano per gli Affari politici e di sicurezza ha approvato un pacchetto di misure volte ad espandere i poteri di controllo e supervisione israeliani anche alle aree A e B. L’obiettivo sarebbe quello di regolare le costruzioni idriche e di proteggere i siti archeologici e ambientali.

Le reazioni – La proposta dell’esecutivo di Netanyahu torna a infiammare gli animi del Medio Oriente. Con un post su X, il ministero degli Esteri israeliano definisce il provvedimento come un’operazione «utile a mettere ordine e a chiarire i diritti di proprietà dell’Area C». L’Autorità Nazionale Palestinese però non ci sta e indica la misura come una «grave escalation e una palese violazione del diritto internazionale». Contrari anche Egitto, Qatar, Giordania e Turchia. L’Unione europea ha recentemente condannato le decisioni del gabinetto di sicurezza del governo di Israele di espandere il controllo israeliano in Cisgiordania, così come gli Stati Uniti. Anche se manca ancora da entrambe le parti una presa di posizione forte per gli ultimi sviluppi sulla questione della “statalizzazione delle terre”.

La storia della Cisgiordania – Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, nel 1920 la Società delle nazioni (antenata dell’Organizzazione delle Nazioni Unite) affidò agli inglesi il mandato per amministrare l’area palestinese, che comprendeva anche la Cisgiordania. Una data chiave per la storia della West Bank, come è soprannominata l’area che si trova slla riva occidentale del fiume Giordano, è il 1967: tra il 5 e il 10 giugno ci fu la guerra dei sei giorni tra Israele e alcuni Stati arabi (Egitto, Siria e Giordania) che cambiò radicalmente i confini in Medio Oriente. La vittoria di Tel Aviv portò a un’occupazione e una colonizzazione di quelle terre. Un’ altra data importante è il 1995, quando con gli Accordi di Oslo l’area fu divisa in tre zone: Area A (sotto il governo palestinese), Area B (controllo misto) e Area C (sotto il governo israeliano). Da allora però sono state numerose le violazioni di quei Patti, sopratutto da parte di Israele, dove esiste una florte corrente di pensiero che aspira a controllare l’intera Cisgiordania.