Non ci sono immagini del corpo dell’ayatollah Ali Khamenei. La Guida suprema non può essere ricordata con una foto amatoriale che circola senza freni sui social. Dall’Iran non esce nulla: pochi video, poche informazioni. Quello che però è certo è che, dopo l’attacco missilistico al compound dei pasdaran (i Guardiani della rivoluzione), sono finiti i 45 anni di governo Khamenei. Ora inizia la riorganizzazione nell’amministrazione di Teheran che ha optato per un triumvirato ad interim. In ogni caso la morte di Khamenei ha diviso la popolazione, tra chi (il 15%) piange la sua guida politica e spirituale e chi (il 75%) spera in un cambio radicale. L’opposizione è però parcellizzata e il potere rimane per ora nelle mani dell’establishment.
Il nuovo corso iraniano – La nuova leadership è composta da una triarchia iraniana composta da un laico e due religiosi. Le autorità hanno scelto per il governo il presidente della Repubblica, Massoud Pezeshkian e due religiosi, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e il giurista del Consiglio dei Guardiani, l’ayatollah Alireza Arafi, 67 anni. Se gli attacchi israelo-americani lasceranno invariato il sistema di potere, a eleggere il successore del defunto Khamenei sarà poi l’Assemblea degli esperti, composta da 88 religiosi (giuristi islamici). La prima reazione è stata dunque quella di ricompattarsi come confermato dall’analista del Carnegie Institute, Karim Sadjadpour, al magazine Foreign Affairs:: «La reazione delle autorità iraniane è quella di stringere i ranghi dietro un nuovo leader, che sia un chierico o un comandante delle Guardie Rivoluzionarie, piuttosto che permettere una transizione di potere più ampia». In ogni caso, continua l’esperto di politica mediorientale, «l’uccisione di Khamenei è un varco in una nave che può affondare e costringere i suoi leader a salvarsi la pelle».
L’opposizione iraniana – Proprio in questa spaccatura potrebbero inserirsi i numerosi elementi contrari al regime. Lasciano pochi dubbi le immagini dei manifestanti che, il 28 febbraio, sono scesi in piazza per gioire della morte di Khamenei mentre missili israeliani solcavano i cieli iraniani. Ancora nei loro occhi erano le repressioni violentissime dei pasdaran dell’8 e 9 gennaio, che portarono, secondo alcune stime, alla morte di più di 35.000 manifestanti. Quello che però manca ai movimenti di piazza è un’organizzazione chiara. Lo stesso Luigi Toninelli, analista ISPI, in un articolo dell’istituto, ha notato che «è difficile immaginare come la comparsa di un outsider al di fuori dei meccanismi già consolidati possa governare il Paese». Negli anni, la repressione ha parcellizzato la protesta dei dissidenti, oltre che bloccato sul nascere qualsiasi forma di opposizione organizzata. Inoltre, la popolazione iraniana resta etnicamente molto varia e difficile da unificare, con il ceppo persiano dominante al 61%, ma con ampie minoranze azere (16%) e curde (10%), oltre a luri, arabi, baluci e turcomanni. Proprio questa complessità etnico-politica rende difficile la virata verso una nuova leadership condivisa.
Le diversità etniche in Iran – Allo stesso tempo, gli obiettivi di lungo periodo delle varie etnie sono differenti e non è così certo che tutti sperino in una democrazia (tanto meno occidentalizzata). Per Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino, intervenuto sul sito web Open, l’etnia dominante vorrebbe «superare la teocrazia perché ha creato per anni un sistema di alleanze che ora è in polvere (la cosiddetta Mezza Luna sciita)», ma aggiunge Fabbri: «I persiani sono rabbiosi verso l’ayatollah che si è lasciato umiliare dai propri nemici». Questa visione del mondo non è però perfettamente coincidente con le ambizioni statunitensi di controllo a distanza e ancor meno con le altre minoranze, intenzionate a rivendicare maggiore autonomia in caso di possibile rivoluzione.
La spallata da dentro, come auspicato dal Pentagono, resta per ora un miraggio. Non sembrano emergere sacche di potere in grado di destituire dall’interno i pasdaran. Tanto meno la popolazione iraniana sembra capace di opporsi in maniera definitiva al regime. La si può sintetizzare con le parole dell’analista Sadjadpour, riportate su Foreign Affairs: «Il paradosso delle rivoluzioni è che, per essere praticabili, devono attrarre una massa critica di persone. Ma una massa critica di persone non si unirà alla rivoluzione a meno che non la ritenga praticabile».




