Prima «due o tre giorni». Poi «quattro settimane». Infine «anche meno». Quando il presidente americano, Donald Trump, parla di tempistiche, bisogna sempre accettare le sue parole con riserva. Così, dopo l’attacco congiunto tra Usa e Israele contro l’Iran, le dichiarazioni del tycoon sono cambiate in poche ore, non solo sullo scenario di guerra ma anche sul futuro del Paese attaccato. Per il New York Times, sono «contradictory visions» (visioni contraddittorie) quelle espresse da Trump, che sembrano evidenziare una certa mancanza di indirizzo dell’amministrazione statunitense sul conflitto in corso. L’Iran non è il Venezuela e, ancora una volta, le prime bombe hanno scatenato un effetto a catena, coinvolgendo i paesi di quasi tutta la regione mediorientale.
Quattro seiimane? – L’ultima versione dei fatti in ordine di tempo è in un’intervista rilasciata al Daily Mail britannico, dopo che Trump aveva già parlato con altre testate come The Atlantic, New York Times e Cbs News. «È sempre stato un processo di quattro settimane, quindi – per quanto forte sia, e per quanto grande sia il Paese – ci vorranno quattro settimane, o anche meno», ha dichiarato il presidente in un’intervista telefonica. Il tycoon si è vantato dell’attacco che è andato meglio del previsto: «Abbiamo eliminato tutti i loro dirigenti, molti, molti più di quanti pensassimo. Sembrano 48». Si è anche detto disposto a parlare con gli iraniani ma «avrebbero dovuto parlare la scosa settimana, non questa». Il The Atlantic, che ha chiamato Trump domenica primo marzo, ha titolato l’articolo con le sue parole: «Ho accettato di parlare con gli iraniani». Ma la maggior parte di loro, ha aggiunto, non sono più in vita e questo rende complessi i negoziati. E se dovesse scoppiare una rivolta popolare nelle strade contro la Repubblica Islamica, gli Stati Uniti la sosterrebbero? «Devo guardare la situazione nel momento in cui accade. Non puoi dare una risposta a questa domanda», ha replicato.
«Ottime scelte» – Zolan Kanno-Youngs del New York Times ha raggiunto telefonicamente il presidente nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida. A lui, Trump ha fornito una versione diversa delle tempistiche («quattro o cinque settimane» perché «abbiamo enormi quantità di munizioni») e del futuro del Paese. Tra le opzioni suggerite, c’è la volontà di replicare il modello venezuelano: dopo la cattura di Nicolàs Maduro e della moglie a gennaio scorso, Trump ha mantenuto in piedi il governo del Venezuela. Questo però sarebbe difficile da applicare in Iran, dove il conflitto si sta allargando e le differenze geopolitiche aumentano la distanza tra le potenze occidentali e quelle mediorientali. Non da ultimo, l’Iran ha un programma nucleare attivo, una minaccia che non si può sottovalutare. Durante la chiamata, di circa sei minuti, Trump ha affermato di avere «tre ottime scelte» su chi potrebbe guidare l’Iran, ma non ha esplicitato i loro nomi. A Cbs News, ha definito le tre scelte «alcuni buoni candidati». Il primo a contattare il presidente è stato Barak Ravid, nella serata di sabato, giornalista di Axios che ha un filo diretto con Trump. A Ravid, ripreso da tutto il mondo, Trump ha detto «Potrei andare fino in fondo e prendermi tutto, o farla finita in due o tre giorni e dire agli iraniani: “Ci rivediamo tra pochi anni se cominciate a ricostruire”». Erano infatti le prime parole del presidente sul conflitto, presto co0rrette o contraddette con il passare delle ore.




