C’è un momento, prima delle guerre, in cui il rumore non è ancora quello delle esplosioni ma quello dei motori che si avvicinano. È il tempo delle piste illuminate di notte, delle portaerei che cambiano rotta, dei briefing che finiscono con frasi sospese. In Medio Oriente, secondo numerosi media statunitensi, quel momento sembra essere arrivato.

Negoziati in stallo – Gli Stati Uniti hanno concentrato nella regione la più grande presenza aerea dai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003. Una quantità di mezzi dispiegati, caccia di ultima generazione, aerei da supporto, sistemi di comando e difesa. Segnali che indicano come Washington vuole essere pronta a ogni opzione, dalla pressione diplomatica a un’operazione militare prolungata.
Il presidente Donald Trump, riferiscono fonti vicine alla Casa Bianca, non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. La linea ufficiale resta quella del negoziato, almeno nelle dichiarazioni pubbliche. Ma dietro le quinte il clima è molto più freddo. L’ultimo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, a Ginevra, è stato liquidato da un funzionario americano con una frase tagliente, riferita al giornalista israeliano Barak Ravid: «Un hamburger ripieno di niente».

Un cacciabombardiere F/A-18 sorvola la portaerei nucleare USS Gerald Ford

Lo schieramento americano – Sul terreno, intanto, la realtà parla con il linguaggio dei numeri. Le basi di Muwaffaq Salti in Giordania e Prince Sultan in Arabia Saudita sono diventate i perni della nuova postura americana. Qui sono arrivati decine di cacciabombardieri F-35, F-15, F-16 e altri velivoli da supporto, insieme a droni e aerei da rifornimento capaci di sostenere missioni lunghe e complesse. Il messaggio è chiaro: non una semplice dimostrazione di forza, ma la preparazione di una campagna che potrebbe durare giorni o settimane.
Anche il mare si muove. Nel Mediterraneo orientale e nel mare Arabico operano navi da guerra e gruppi d’attacco. La portaerei USS Abraham Lincoln è già in area, mentre la USS Gerald R. Ford, la più avanzata della flotta americana, si avvicina allo stretto di Gibilterra con la sua scorta.

Cresce la tensione politica – Le richieste americane restano quelle già note: smantellamento del programma nucleare iraniano, limitazione dei missili balistici e fine del sostegno alle milizie alleate di Teheran, da Hezbollah agli Houthi. È un pacchetto che l’Iran considera vicino a una resa politica, e questo fa sì che ogni compromesso sia difficile.
A rendere ancora più incerto il quadro c’è la dimensione politica, sia americana sia iraniana.
Trump, all’inizio di gennaio, aveva scritto in un post di sostenere apertamente le manifestazioni contro gli ayatollah, arrivando a promettere che se il regime avesse continuato a sparare sui manifestanti, gli Stati Uniti sarebbero «andati lì in loro soccorso per recuperarli». Parole che oggi tornano a pesare, perché potrebbero essere lette come una premessa politica a un intervento diretto.
Nel frattempo, dentro l’Iran, la tensione cresce. Sono riprese le condanne a morte legate alle proteste: ieri un tribunale iraniano ha condannato a morte quattordici manifestanti, un segnale che indica una nuova fase repressiva e che rischia di alimentare ulteriormente lo scontro con l’Occidente. Teheran, inoltre, ha mobilitato le proprie forze, inclusi i Guardiani della Rivoluzione, rafforzando le difese dei siti nucleari e mantenendo pronto un arsenale missilistico che, pur indebolito dalla precedente guerra dei 12 giorni, resta capace di infliggere danni alle basi Usa della regione e colpire lo Stato d’Israele.