Tra Stati Uniti e Iran sarebbero in corso colloqui “molto buoni e produttivi negli ultimi due giorni”. Questa dichiarazione di Donald Trump lanciata sul suo social Truth nella tarda mattinata italiana del 23 marzo ha capovolto una giornata che si preannunciava molto tesa sul fronte del conflitto che coinvolge Washington, Tel Aviv e Teheran. Immediatamente le borse europee, che avevano aperto in forte ribasso, hanno cambiato segno grazie alla possibilità, per ora tutta da verificare, che il conflitto possa trovare una soluzione negoziata. Teheran ha reagito alla dichiarazione del leader statunitense: secondo l’agenzia di stampa locale Fars non ci sarebbe nessuna comunicazione diretta in corso.
Il nervosismo era stato provocato dal fatto che, nella notte di domenica 22 marzo,  il presidente degli Stati Uniti  aveva dato all’Iran 48 ore di tempo per riaprire lo stretto di Hormuz, dicendo che altrimenti gli Stati Uniti avrebbero bombardato le centrali elettriche del paese. Il messaggio su Truth del presidente americano era delle 00.44 di domenica (ora italiana), quindi con scadenza nei primi minuti di martedì 24 marzo, le 3 di notte quando in Iran. La risposta di Teheran non si era fatta attendere: il regime aveva  fatto dichiarazioni aggressive, sostenendo che se gli americani avessero attaccato le centrali elettriche iraniane, per ritorsione sarebbero state colpite le infrastrutture energetiche israeliane e quelle dei paesi della regione che ospitano basi statunitensi. «Se le infrastrutture petrolifere ed energetiche dell’Iran saranno attaccate dal nemico – ha affermato alla Fars il portavoce del comando operativo dell’esercito, Khatam al-Anbiya -, tutte le infrastrutture energetiche, informatiche e di desalinizzazione dell’acqua appartenenti agli Usa e al regime nella regione saranno prese di mira».

Un’ulteriore risposta, arrivata la mattina di lunedì, ha chiarito poi alcuni punti della strategia iraniana: posizionare mine marine per bloccare l’intero Golfo Persico se le coste o le isole iraniane venissero attaccate. È questa la minaccia del Consiglio di difesa iraniano, che in una nota riportata dall’agenzia Fars ha aggiunto: «Qualsiasi tentativo da parte del nemico di attaccare le coste o le isole iraniane comporterà naturalmente il minamento di tutte le vie di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e lungo le coste con vari tipi di mine navali, comprese le mine galleggianti». In tal caso, l’intero Golfo Persico si troverebbe per lungo tempo in una situazione praticamente simile a quella dello Stretto di Hormuz. 

Immagini dallo Stretto di Hormuz dove dal 28 febbraio sono bloccate migliaia di navi commerciali e imbarcazioni per il trasporto di petrolio

Fonte: Ansa

Uno stallo che si lega al possibile sbarco di soldati statunitensi in Iran, di cui si è iniziato a parlare gli scorsi giorni dopo che gli Stati Uniti avevano inviato nella regione varie navi militari e più di 4mila Marines specializzati in azioni di sbarco e conseguenti operazioni speciali via terra. Le ipotesi al momento sono due: la prima è che gli Stati Uniti vogliano occupare l’isola di Kharg, hub petrolifero fondamentale per l’Iran e già attaccato le scorse settimane; la seconda è che invece vogliano sbarcare su alcune isolette contese con gli Emirati Arabi Uniti ma amministrate dall’Iran, perché – essendo molto vicine allo stretto – permetterebbero di avere un appoggio per proteggere le petroliere e le navi che cercano di attraversarlo. La minaccia delle mine antinave però rende tutto più complicato. Sono un’arma molto efficace perché capaci di fare danni rilevanti nonostante siano relativamente economiche, e il loro posizionamento è semplice e rapido. Se dovessero essere installate nel Golfo Persico le conseguenze potrebbero essere enormi e durature, in una condizione in cui più di cento navi al giorno vengono bloccate tra il Golfo e lo Stretto. Non si sa però quale sia la capacità iraniana di rendere concreta la minaccia, in quanto i bombardamenti americani dei giorni scorsi hanno colpito diversi depositi di armi sulla costa meridionale iraniana e con esse anche le navi che servono per posare mine. 

L’ultimatum di Trump è arrivato in un momento di confusione sulle strategie americane. Confusione ancora più fitta ora che sembra si siano riaperti i negoziati, almeno stando alle parole del presidente Usa. Dallo scorso 28 febbraio, giorno di inizio del conflitto, gli obiettivi dell’esercito americano non sono stati mai chiariti, e l’imposizione di un limite di tempo per la riapertura dello Stretto di Hormuz è sembrata una scelta dovuta alla grande crisi energetica che il blocco ha fin da subito causato. Nel frattempo, già Axios raccontava che gli inviati di Donald Trump Jared Kushner e Steve Witkoff stavano creando una squadra per negoziare con l’Iran su ordine del presidente. Negli ultimi giorni ci sono stati contatti diretti tra le parti, ma Egitto, Qatar e Regno Unito hanno solo fatto da tramite per lo scambio di messaggi. Egitto e Qatar, inoltre, avrebbero informato gli Usa e Israele che l’Iran sarebbe interessato ad avviare negoziati, sebbene a condizioni molto rigide come la garanzia che il conflitto non si ripeta o le chiusure delle basi militari statunitensi nella regione. Gli Usa, per tutta risposta, hanno posto diverse condizioni, dallo stop al programma missilistico per cinque anni a quello totale dell’arricchimento dell’uranio.