Siamo ad Ankara, nel palazzo presidenziale turco per il vertice Nato, ma l’aria è la stessa dello Studio Ovale. Durante la conferenza stampa prima dell’incontro con i leader, il presidente statunitense Donald Trump non ha risparmiato accuse agli alleati atlantici. «La Spagna è un pessimo alleato, non voglio avere rapporti con loro». Non una novità, stessa cosa detta il 4 marzo e a cui, oggi (8 luglio), la Spagna ha risposto facendo finta di niente: «Riceviamo con tranquillità e normalità queste dichiarazioni» ha fatto sapere Madrid in una nota. Anche l’Italia entra nella rosa dei deludenti visto che «ha fatto molto male» a chiudere le basi ai caccia statunitensi, mentre il Regno Unito «non ci ha permesso di usare l’isola per due settimane». Un copione già sentito, fatto di insulti che gli alleati atlantici hanno cercato di scongiurarne (invano) prima del summit, prevedendo pochi momenti aperti alla stampa. A cercare di addolcire la pillola il solito segretario della Nato Mark Rutte che, nonostante le manifeste velleità statunitensi sulla Groenlandia – considerata da Trump «molto importante per gli Stati Uniti» e «meno per la Danimarca» – ha affermato che The Donald è ancora «completamente impegnato» nell’alleanza.
L’obiettivo del 5% – Dopo le sparate dell’uomo più importante d’America inizierà la sessione plenaria. Al tavolo si siederanno 33 Capi di Stato o di Governo dell’Alleanza per i 32 Paesi membri. Piccola curiosità: la Repubblica Ceca ha raddoppiato la sua presenza, visto che non ha trovato un accordo su chi dovesse volare in Turchia tra il Presidente della Repubblica Petr Pavel o il Primo Ministro Andrej Babiš. Invitati come osservatori invece il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’omologo sudcoreano Lee Jae-Myung. I temi più rilevanti sono in realtà gli stessi di un anno fa quando più o meno gli stessi personaggi si incontrarono a L’Aia: Ucraina e aumento della spesa bellica. Nei Paesi Bassi si sancì l’impegno degli alleati per il target al 5% del Pil investito per armi e soldati e l’argomento sarà caldo anche in queste ore con la piccola novità dello scorporo in due formati: il 3,5% del Pil da prevedere per le esigenze di base della difesa e l’1,5% per la sicurezza delle infrastrutture. Obiettivi da raggiungere entro il 2035 e che, nonostante la accuse di Washington, in 5 hanno già raggiunto: Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia e Grecia. L’Italia rincorre con una spesa totale intorno al 2,8% del Pil.
L’Ucraina – Anche sull’Ucraina è il presidente Trump a dare e avere “le carte”. Prima di volare verso la Turchia il tycoon ha telefonato all’omologo russo Vladimir Putin, causando la stizza di qualche alleato. «Una chiamata produttiva» l’aveva definita Trump, mentre a Mosca si era già stappato lo champagne. Yuri Ushakov, il consigliere di politica estera dello Zar, si era sbilanciato: «Washington non sta con Kyiv». A Kyiv il passo in avanti non era piaciuto a tutti, anche se Zelensky aveva mostrato la faccia da poker: «E’ una chance reale per porre fine alla guerra». Nel pomeriggio i temi torneranno di attualità durante il faccia a faccia tra i due leader, anche se concreti spiragli verso la pace sembrano un’illusione. Mosca ha colpito in mattinata la fabbrica Samsung di Kyiv che produce i missili a lungo raggio Flamingo. In verità il viaggio degli ucraini è più per motivi economici che diplomatici. Nel pomeriggio si formalizzerà, infatti, l’aiuto biennale da 70 miliardi all’anno previsto da 31 alleati su 32, assenti gli Stati Uniti, che hanno interrotto da tempo le donazioni in direzione Est Europa.
«Erdogan l’unico leale» – Il vertice, in ogni caso, sembra una copia di riunioni simili fatte in passato. Ad esempio sono tornati gli occhiali a goccia di Emanuel Macron stile G7 e gli europei (come dal 2024 a questa parte) sono combattuti tra fare i duri o i tolleranti con il presidente USA. L’unica novità balzata agli occhi di tutti è la centralità della Turchia, che sta strappando l’impegno statunitense per una corposa fornitura di F-35 (caccia di sesta generazione). Decisione che non piace al rivale regionale Israele. Il presidente turco è anche stato l’unico a ricevere i complimenti di Trump. «È l’unico leale. Se l’incontro non fosse stato qui, forse non sarei venuto» ha detto il tycoon con supponenza, forse tenendo a mente che la Sublime Porta ha anche uno degli eserciti più sviluppati e numerosi dell’intera alleanza e flirta con disinvoltura con i Brics. Insomma, la Nato può anche cadere a pezzi, ma meglio tenersi come amico Erdogan e i suoi generali.




