Il femminismo può essere di destra. Anzi, di estrema destra. Si chiama Némésis ed è il movimento femminista che di fronte alla violenza sulle donne non punta il dito contro il patriarcato, ma contro all’origine geografica dell’aggressore. E perciò invoca la remigrazione (ossia il rimpatrio forzato degli immigrati), contesta il multiculturalismo, si schiera dalla parte delle forze dell’ordine, sbandiera il tricolore, sfotte le attiviste Lgbtq+ vestite d’arcobaleno, spalleggia le politiche securitarie. Da un balcone che si affaccia sul duomo di Milano il movimento, poco prima del 25 dicembre, ha espresso un desiderio, un telo con scritto: «Babbo Natale, rimigra questi stupratori». Sotto al video del gesto plateale, una pioggia di complimenti: «Sono queste le donne che vogliamo, brave». È il cosiddetto femonazionalismo, che unisce femminismo a xenofobia.
Il collettivo Némésis è diventato oggetto di dibattito pubblico recentemente, quando il Consiglio comunale di Milano ha negato la concessione di una sala istituzionale di Palazzo Marino alla Lega, che stava organizzando una conferenza prevista per il 9 marzo a cui il gruppo femminista di estrema destra avrebbe dovuto partecipare. Mentre il promotore dell’iniziativa Alessandro Verri parla di «censura inaccettabile» e la presidente del Consiglio comunale Elena Buscemi sostiene che le posizioni del movimento siano «incompatibili con l’istituzione» di Palazzo Marino, resta una domanda: chi è il collettivo Némésis?
La storia – Il movimento Némésis è nato nell’ottobre 2019, su iniziativa di «un gruppo di amiche stanche di ascoltare le menzogne dei movimenti cosiddetti femministi che dovrebbero rappresentarle, ma che preferiscono diffondere un’ideologia di sinistra a scapito delle donne», si legge in francese sul loro manifesto online. In francese, sì, perché Némésis prende piede in Francia: è lì che ha avuto il suo boom, per poi diffondersi nel resto d’Europa, sbarcando in Italia intorno al 2022. Sulla pagina Instagram ufficiale – collectif.nemesis, da circa 120mila follower – si trova subito la cartina con la ramificazione capillare del movimento sul territorio francese: 25 sezioni, ma con l’obiettivo di insediarsi anche a Madrid, a Torino, in Svizzera e in Belgio.
Se ora il collettivo ha raggiunto questo grado di espansione, il big bang è cominciato principalmente a Parigi, e nella persona di Alice Cordier. È lei una delle co-fondatrici e presidente del collettivo, che sin dall’inizio si è definito femminista e identitario, concentrandosi su azioni mediatiche e proteste legate ai temi della sicurezza, dell’immigrazione e del rapporto tra femminismo e nazionalismo.
Némésis è nato nell’ecosistema politico francese della fine degli anni 2010: molte delle attiviste che hanno poi fondato Némésis provengono infatti dalla rete di gruppi collegati a Génération Identitaire, organizzazione giovanile nazionalista sorta nel 2012 a difesa dell’identità nazionale (e europea), contrario all’immigrazione di massa e tendenzialmente islamofoba. Per questa ragione, nel 2021 il governo francese ha sciolto ufficialmente il movimento Génération Identitaire, accusandolo di incitare alla discriminazione e di diffondere un’inaccettabile retorica contro musulmani e immigrati: alcuni dei suoi membri sono poi rifluiti in Némésis.
Il collettivo femminista di destra si è diffuso negli anni grazie a una strategia comunicativa ben precisa: forte uso di TikTok, X e Instagram per diffondere messaggi brevi e virali, striscioni, azioni dimostrative durante eventi pubblici. È proprio a margine di una manifestazione di Némésis a Lione che Quentin Deranque, 23enne attivista della destra radicale, è morto in uno scontro tra gruppi di estrema destra e militanti antifascisti. Era lì per fare servizio d’ordine, quando è stato aggredito da più persone, riportando un trauma cranico rivelatosi fatale. Un fatto che ha destato clamore mediatico in tutta la Francia – e anche in Italia – attirando ulteriormente l’attenzione su Némésis.
In Italia – «Némésis con la polizia. Le femministe non sono antifa». Le attiviste reggono in aria i cartoni con queste scritte, aria fiera, tutt’intorno forze dell’ordine con giubbotti antiproiettile, dietro di loro due camionette della polizia. Il giorno degli scontri per lo sgombero dell’Askatasuna, a Torino, le femministe di destra sapevano da che parte stare, e non certo con i “facinorosi” del centro sociale. È questa l’immagine pubblicata sulla pagina Instagram della sezione italiana di Némésis, uno dei tanti contenuti che permettono di capire meglio in che modo le attiviste italiane declinano il messaggio nazional-femminista nel nostro Paese. Buona parte dei video pubblicati mostrano i volti delle attiviste che riportano notizie di cronaca di femminicidi, tenendo sempre a precisare l’origine dell’aggressore: «Un diciannovenne ecuadoregno è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale / A Terni, un uomo egiziano di 34 anni è stato messo in manette per violenza sessuale aggravata / L’aggressore, un 39enne di origine tunisina…» e così via. O ancora: sopra all’immagine di Vittoria Ceretti che porta il tricolore alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, la scritta «0% woke, 100% femminilità». Ultimo insight: «Italia, se al governo ci fosse la sinistra» a didascalia di un video generato dall’intelligenza artificiale in cui viene annunciata la vittoria di Miss Italia 2050 fra una schiera di donne in burqa.
I dati – Lo striscione esposto in piazza Duomo che chiedeva a Babbo Natale di remigrare gli stupratori extracomunitari riportava anche un dato: «Il 43% delle aggressioni sessuali è stato commesso da stranieri nel 2023». Dal palco di Pontida 2025, Roberto Vannacci, dopo aver detto che lo straniero «purtroppo ci ha già invasi, è lo straniero dei porti aperti, è lo straniero che molto di frequente stupra, violenta, ruba e rapina», aveva citato un’altra cifra: «Il 35% dei reati è commesso da stranieri». Ma è così? Cosa dicono i dati?
Secondo le rilevazioni del ministero dell’Interno e analisi riportate da vari media (2023-2024), è vero: circa il 42% delle persone denunciate o arrestate per violenza sessuale sarebbero straniere. Però c’è un però: circa il 58% a commettere questo reato sono cittadini italiani. Un’indagine Istat condotta sulle vittime (che includono anche casi non denunciati, che sono ancora la maggior parte) mostrano un quadro diverso: gli stupri subiti dalle donne italiane sono stati commessi da italiani in oltre l’80% dei casi (81,6%), da autori stranieri in circa il 15% dei casi (15,1%). Un altro dato importante riportato sempre dall’Istat in un’indagine sul 2025 è che la maggior parte delle violenze sessuali non è commessa da sconosciuti: il 63,8% degli stupri è opera di partner o ex partner, mentre solo circa il 6,9% da estranei.




