«Tutto questo non tornerà mai più», dice in lacrime una donna aggirandosi fra la folla. Tutto intorno l’aria è impregnata di fumogeno verde, di cori e di rabbia. Lei nella mano destra regge un bouquet di fiori. Sull’incartamento un biglietto: «Ciao Umberto, con te è morto il sogno del grande nord». Domenica 22 marzo si è svolto il funerale del fondatore della Lega, Umberto Bossi: una cerimonia solenne, commossa, che in sé aveva qualcosa di antico, di norreno. Una liturgia in cui si sono stretti tutti i leghisti della prima ora, quelli che ancora gridano con tono ferito: «Padania libera! Sec-ces-sio-ne! Roma ladrona, la Lega non perdona». Un uomo si aggira con un cartello: «Bossi re del nord». Davanti a lui il corteo funebre prosegue, dall’abbazia di Pontida si avvia verso lo storico pratone. I militanti, quelli veri, lo chiamano “il sacro suolo”. Cadono le prime gocce di pioggia: «Come sul Golgota», dice con sguardo malinconico una vecchia sostenitrice. In testa la bara, dietro l’orda celtica. Illuminato da un cielo plumbeo si svolge un rito ancestrale, potente: la morte di un capo.
Il racconto – Il cartello stradale dice: Valle Brembana, Lecco, Como. Ci si addentra nel nord. Dal cavalcavia pende uno striscione scritto a caratteri cubitali verdi: «Una vita senza libertà non è vita… W Bossi». Ore 11:30, mezz’ora dall’inizio dei funerali. La coda di auto è talmente lunga che è necessario parcheggiare a più di un chilometro dal monastero di San Giacomo Maggiore, mentre braccia spuntano dagli abitacoli sventolando bandiere con il Sole delle Alpi. Da una macchina rimbomba a massimo volume la voce infervorata di Bossi durante un vecchio comizio, la felpa di un pellegrino in cammino verso l’abbazia porta la scritta “Barbaro sognante”. Tutt’intorno alla chiesa la folla si è già stipata, sventolano le insegne del Veneto, teli con la faccia dell’Umberto, bandiere con la figura di Alberto da Giussano, la spada puntata verso il cielo. Arriva il carro funebre, partono gli applausi, i “Padania libera!”, le lacrime, i saluti militari dei carabinieri in alta uniforme. Sopra al cordoglio del sagrato, campeggia lo striscione: «Grazie capo, la tua storia vivrà sempre con noi». Suona una cornamusa, dando alla scena un’atmosfera quasi scozzese.
È il turno dei politici: arrivano Giorgia Meloni e Antonio Tajani, accolti da Giancarlo Giorgetti. Ignazio La Russa era già lì. Poco più in là, fra i vip che hanno diritto di entrare in chiesa, alcuni vecchi militanti della prima ora: un uomo dalla lunga barba bianca, un altro dai baffi spioventi fino ad altezza sterno. Arrivano anche i familiari: fra di loro, Renzo Bossi con gli occhiali da sole, che riceve le condoglianze di tutti i presenti. Dall’alto, sulla sommità degli scalini, c’è Tonino con le sue iconiche lenti fumée: Antonio Angelucci applaude l’estrazione della bara. Il feretro è coperto di decorazioni floreali e dalla bandiera del Sole delle Alpi. Viene issato sulla spalla dei vecchi sodali, scompare nella basilica. Inizia la messa.
Il popolo di Pontida assiste al maxischermo, «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Riecco la bara, l’ultimo saluto. Sulla scalinata, come nella ‘Scuola di Atene’ di Raffaello, ecco tutti i potenti, i massimi rappresentanti dello Stato: un momento di raccoglimento intorno a Umberto a favor di camera. Un coro di alpini intona Va pensiero di Giuseppe Verdi, l’aria che Bossi avrebbe voluto al posto dell’inno di Mameli. Dal nulla, di fronte ai membri del governo, con una sola voce parte un coro infuocato: «Noi che siamo padani / abbiamo un sogno nel cuore / bruciare il tricolore / bruciare il tricolore». Giorgetti interviene a sedare il moto secessionista, fa gesti con la mano, smettetela.
Le polemiche – Fra i politici assisi sulla gradinata, ne svetta uno che ostenta una camicia di un verde particolarmente acceso: è Matteo Salvini, che dall’alto si unisce al canto del maestro Verdi. Sguardo contrito, aria austera, postura di gesso. Più tardi, durante il corteo funebre, l’attuale segretario della Lega passa fra la gente comune per salutare alcuni compagni di partito, fra cui il segretario regionale della Lega lombarda, Massimiliano Romeo, che alcuni nella folla apostrofano festosamente come “Max”. Si sollevano le prime urla di protesta dirette al successore di Bossi: «Via i traditori! Ridacci la Lega, Salvini, ce l’hai rubata!». Lui si gira, manda uno smack in labiale. La compagna di Matteo, Francesca Verdini, cerca di zittirli, dando ai contestatori dei cafoni, ricorda loro che è pur sempre un funerale. «Avete rotto il ca**o», risponde il militante. Si scontrano così le due anime della Lega: quella delle origini, secessionista, e quella attuale, nazionalista. L’orgoglio identitario dei leghisti della prima ora rialza subito la testa e ruggisce in un «Umberto, noi siamo l’esercito padano! Né neri, né rossi, ma liberi con Bossi!». Un uomo, Luigi Dossena, uno dei primi tesserati al partito, mostra un libro, “La divina comedia di Matteo Salvini”. Che, ovviamente, viene messo all’inferno. Bossi ascende invece al paradiso.
Nel pratone sgomma un trattore che sventola una bandiera col volto del Senatur, iniziano a cadere le prime gocce di pioggia. «Lui aveva l’umiltà di ascoltare la base», racconta l’agricoltore alla guida del pachiderma meccanico. Una donna si avvicina, una lacrima sul ciglio della palpebra, e dice: «Ci mancherà».




