L’Italia è una Repubblica bicamerale: Camera dei deputati e Senato sono le due anime del Parlamento. Ma due anime sono state anche quelle della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nella giornata di mercoledì 10 marzo ha affrontato l’impegno istituzionale di riferire in entrambe le camere sulla posizione italiana nell’attuale crisi internazionale. Dalle 9:30 del mattino alle 11:00 l’intervento a palazzo Madama. È rimasta ad ascoltare gli interventi, per poi prendere parola nella replica finale, ringraziando per i toni distesi. Prima anima: pacata, conciliante, istituzionale. Dalle 16:00 alle 17:00 di pomeriggio l’intervento a Montecitorio. Spento il microfono, ecco il turno delle opposizioni, che l’hanno attaccata aspramente. Altrettanto aspre le risposte di Meloni: i toni, rispetto alla mattinata, si son fatti più polemici e veementi. Seconda anima: politica, litigiosa, aggressiva. Déjà vu: che le cose degenerino nel corso della giornata parlamentare della premier è una sorta di pattern, uno schema che ha dei precedenti.
L’aplomb in Senato – A Palazzo Madama ogni frase è calibrata col bilancino. Un colpo al cerchio, uno alla botte: «L’intervento unilaterale degli Stati Uniti e di Israele è fuori dal perimetro del diritto internazionale», ha detto Meloni, per poi aggiungere subito che «non possiamo permetterci l’Iran con l’arma nucleare». Quella in Medio Oriente è una guerra in cui l’Italia non è coinvolta e in cui «non vogliamo entrare», fondata su «decisioni altrui di cui il governo non è complice». Segue la provocazione di uno dei due segretari di Alleanza Verdi-Sinistra, Nicola Fratoianni, che proprio a proposito del rapporto internazionale fra Italia e Stati Uniti dice che «il governo italiano è succube dell’amministrazione Trump». Il Partito democratico, invece, la punzecchia a suon di «Giorgia Meloni non è all’altezza della gravità di questa crisi». Ma la premier non si scompone, e chiude con garbo le repliche in Senato, dicendosi disponibile a sedersi attorno a un tavolo sulla situazione iraniana «tutte le volte che sarà necessario».
La polemica alla Camera – Nel pomeriggio, a Montecitorio, di fronte alle agguerrite opposizioni le cose cambiano. Meloni accusa il Pd di strabismo: «Viva gli americani che liberano l’Europa dal nazifascismo, no agli Usa che liberano da dittature in altre parti del mondo». Poi attacca il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che nel 2020, quando era allora primo ministro, non condannò l’uccisione statunitense del generale iraniano Qasem Soleimani. È qui che forse la linea invisibile del contegno istituzionale inzia a essere superata. Lo dice in modo esplicito Conte, che punta il dito contro la premier: «Presidente, ha perso l’aplomb e ha iniziato a gettare fango». E rilancia con una provocazione, la stessa che anche il capogruppo M5S alla Camera Riccardo Ricciardi le rinfaccia più volte durante il suo intervento, e cioè l’omertà del governo Meloni sulla strage di civili a Gaza: «Non si può paragonare l’attacco di un drone Usa contro un generale iraniano al silenzio complice di un genocidio per 20mila bambini palestinesi». La querelle scivola nel caos, la segretaria del Pd Elly Schlein chiede a Meloni di escludere l’autorizzazione all’uso della basi Usa per attacchi all’Iran, e la invita «a posare la clava». Lei risponde: «Sono contenta di essere diversa da voi». L’ipotesi di un governo di unità nazionale sul tema della guerra in Medio Oriente, complice l’avvicinarsi del referendum sulla Giustizia, si risolve in baruffa.
Le giornate a due facce – Quando Giorgia Meloni deve riferire in Parlamento, spesso i toni in Senato sono molto più pacati rispetto a quelli usati alla Camera dei deputati. Alla Camera c’è maggiore rappresentanza politica e un’opposizione più forte rispetto al Senato. E forse è questo che genera dibattiti pomeridiani alla Camera più politici, mentre le comunicazioni mattutine al Senato rimangono spesso più istituzionali e meno conflittuali. Nel rapporto coi deputati le tensioni sono così forti che in alcuni casi si è dovuti arrivare alla sospensione della seduta, come quando il 19 marzo 2025, dopo che Meloni aveva letto il Manifesto di Ventotene, ha chiarito che quella visione di Europa non corrisponde alla sua, suscitando un putiferio: urla e grida scomposte, che hanno portato il presidente della Camera Lorenzo Fontana a chiudere il sipario.




