C’è una fantastica foto di una settimana fa che vede attorno a un tavolo esponenti politici che attraversano l’arco parlamentare. Tutti assieme appassionatamente come dei personaggi in cerca d’autore per annunciare la nascita dell’intergruppo dei deputati per il Sì al referendum. In vista della chiamata alle urne del 22 e 23 marzo per confermare o respingere la riforma della giustizia, con annessa separazione delle carriere tra pm e giudici, ci sono il promotore Federico Mollicone, il meloniano presidente della Commissione Cultura, Ettore Rosato e Valentina Grippo di Azione, Roberto Giachetti di Italia Viva, Luigi Marattin, leader del partito Libdem che lo rappresenta e Benedetto Della Vedova di PiùEuropa. L’iniziativa è stata spinta da Fratelli d’Italia, ma gli altri tre partiti di maggioranza (Forza Italia, Lega e Noi Moderati) non hanno aderito. In compenso ci sono i partiti che sgomitano per raggiungere l’agognato 3 per cento nei sondaggi.
Il voto al referendum è stato cannibalizzato dalla politica, con i leader di Pd, Avs e Movimento 5 Stelle schierati per il No, mentre gli esponenti di maggioranza difendono la “loro” riforma. Azione lascia libertà di coscienza, ma Carlo Calenda e i principali volti del partito sostengono le ragioni del Sì. Quanto a Matteo Renzi, leader di Italia Viva ma anche vittima del referendum del 2016 quando era presidente del Consiglio, non si è sbilanciato, forse per scaramanzia.
Il fronte del No – Ci sono però personaggi noti nel mondo della politica che sorprendono per la propria intenzione di voto fuori dagli schemi. L’ex presidente del Consiglio Mario Monti, quintessenza del moderatismo, metterà la croce sul No «a tutela dello Stato di diritto». Riemerge dalla Prima repubblica Cirino Pomicino, secondo il quale il «Si rafforzerebbe l’autoreferenzialità dei pm, senza controllo». E poi c’è lo storico avvocato penalista di Silvio Berlusconi, Franco Coppi, che polemizza: «Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno dalla separazione delle carriere». Spesso critico nei confronti del mondo della sinistra, il filosofo Diego Fusaro questa volta sposa la linea dei principali partiti all’opposizione. Ne ha spiegato le ragioni in un articolo sul Fatto Quotidiano. Non sono persone fisiche, ma possono spostare le opinioni dei cattolici, i movimenti Acli e Pax Christi che hanno aderito al comitato della società civile per il No. Allo stesso modo si sono espressi i Gesuiti.
Il fronte del Sì – Molto più nutrito è l’elenco di chi si schiera dalla parte del Sì pur avendo una storia di militanza a sinistra. Appartengono principalmente all’area dei riformisti e dei reduci del Psi, come Bobo Craxi o Luca Josi. Tra gli altri, i nomi di maggiore spicco sono Arturo Parisi, ex ministro della Difesa nel Prodi II, Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo, Augusto Barbera, ex presidente della Consulta ed ex parlamentare Pci-Pds e per un breve periodo anche ministro. C’è poi il costituzionalista ed ex parlamentare, Stefano Ceccanti, che rappresenta il movimento LibertàEguale. Si uniscono alla lista gli ex ministri di governi di centrosinistra Marco Minniti, Enrico Morando ed Enzo Bianco. Tra i primi a schierarsi per il Sì e a rompere il fronte è stato il pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro. Tra gli ultimi invece, l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che si è unito al coro dei suoi colleghi avvocati. Quanto conti la campagna di mobilitazione di tutti loro lo si scoprirà all’indomani del voto.




