
Perché Donald Trump insiste tanto sul petrolio del Venezuela?
Perché il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo: circa 303 miliardi di barili, quasi un quinto del totale globale, più di Arabia Saudita e Stati Uniti. Dopo la cattura di Nicolas Maduro, Donald Trump ha parlato apertamente della possibilità che gli Stati Uniti controllino e gestiscano queste risorse, presentandole come una leva strategica ed economica. È una narrazione efficace dal punto di vista politico, ma che tende a semplificare le reali complessità industriali e finanziarie dell’operazione.
Che tipo di petrolio è quello venezuelano?
Il petrolio venezuelano è prevalentemente pesante ed extra-pesante, molto viscoso e con un elevato contenuto di zolfo. Non è il greggio leggero più facile da raffinare, ma una materia prima che richiede impianti specifici e trattamenti più complessi. È meno adatto alla produzione di benzina, ma fondamentale per diesel, asfalto e altri derivati industriali. Proprio per questo, per decenni è stato utilizzato da raffinerie negli Stati Uniti e in Asia progettate per lavorare greggi pesanti.
È vero che è più costoso da estrarre?
Non necessariamente. I giacimenti della Fascia dell’Orinoco, la zona del Venezuela dove è concentrato il petrolio, sono relativamente superficiali e quindi più semplici da raggiungere rispetto a quelli offshore. Il problema non è tanto l’estrazione in sé, quanto tutto ciò che viene dopo. Il Venezuela ha Infrastrutture obsolete, impianti deteriorati, oleodotti malmessi e una grave perdita di competenze tecniche che hanno fatto lievitare i costi complessivi. In teoria il petrolio venezuelano potrebbe essere competitivo; nella pratica, renderlo commerciabile richiede investimenti ingenti.
Quanto petrolio produce oggi il Venezuela rispetto al passato?
Fino agli anni Novanta il Venezuela produceva oltre 3 milioni di barili al giorno ed era uno dei principali attori del mercato globale. Oggi la produzione si aggira poco sopra il milione di barili al giorno. È un livello molto basso se confrontato con l’entità delle riserve e significa che il paese contribuisce a meno dell’1,5 per cento della produzione mondiale, pur detenendo circa il 20 per cento delle risorse stimate del globo. Un paradosso che sintetizza bene il declino del settore petrolifero venezuelano.
Quanto petrolio venezuelano serve davvero alla Cina?
Negli ultimi anni la Cina ha assorbito circa l’80 per cento delle esportazioni venezuelane, diventando il principale cliente di Caracas. Si tratta di volumi importanti, nell’ordine di diverse centinaia di migliaia di barili al giorno. Per Pechino il petrolio venezuelano non è indispensabile (meno del 10% del consumo cinese di greggio), ma è conveniente: era acquistato a prezzi scontati ed è parte di un rapporto più ampio che include credito e cooperazione tecnologica. Negli ultimi mesi, però, la Cina ha iniziato a diversificare le forniture, riducendo gradualmente la dipendenza dal Venezuela.

Prezzo del petrolio (futures WTI) in dollari per barile
Quali compagnie americane trarranno vantaggio dalla nuova situazione?
La posizione più favorevole è quella di Chevron, l’unica grande compagnia statunitense che continua a operare in Venezuela grazie a specifiche esenzioni alle sanzioni e a joint venture già esistenti con la compagnia statale PDVSA. In caso di normalizzazione, Chevron sarebbe probabilmente la prima ad aumentare la produzione. In teoria potrebbero tornare anche ExxonMobil e ConocoPhillips, che operarono a lungo nel paese prima delle nazionalizzazioni volute da Hugo Chávez nel 2000, ma entrambe restano molto caute a causa del rischio politico, dei contenziosi ancora aperti e dei grandi investimenti richiesti per potenziare estrazione e raffinazione del greggio caraibico.
Gli Stati Uniti possono davvero investire per aumentare la capacità produttiva del Venezuela?
Dal punto di vista tecnico, sì. Le tecnologie per incrementare la produzione di greggi pesanti esistono e molte raffinerie statunitensi sono già predisposte a lavorarli. Dal punto di vista economico e politico, però, la sfida è enorme. Riportare la produzione venezuelana a livelli paragonabili a quelli del passato richiederebbe investimenti per almeno 100 miliardi di dollari (è la stima degli analisti Bloomberg), distribuiti su molti anni, insieme a una profonda ristrutturazione delle infrastrutture e a un quadro normativo stabile. Al momento, queste condizioni non sono garantite.
L’attuale prezzo del petrolio rende questi investimenti convenienti?
Non particolarmente. Con un prezzo del petrolio che oscilla tra i 50 e i 60 dollari al barile e un mercato globale ben rifornito, investire massicciamente in un paese instabile per estrarre petrolio pesante non è un affare immediato. Gli investitori valutano non solo i potenziali ritorni, ma anche i rischi regolatori, i costi di potenziamento degli impianti e l’incertezza politica. È per questo che, al di là delle dichiarazioni, molte grandi compagnie restano prudenti. Il prezzo del greggio è però soggetto ai cicli economici e se superasse gli 80 dollari al barile (prezzo raggiunto l’ultima volta a inizio 2024), il greggio venezuelano diverebbe profittevole e ripagherebbe gli investimenti messi in campo per estrarlo.
Questo petrolio può essere utile nella corsa globale all’intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale consuma enormi quantità di energia elettrica, e necessita di corrente stabile e continua. I data center e i sistemi di calcolo avanzato funzionano, in America, grazie a reti elettriche alimentate soprattutto da gas naturale, nucleare e fonti rinnovabili. Anche la progressiva elettrificazione delle auto e il crescente numero di robot industriali e domestici incide sulla domanda energetica con le bollette americane che sono aumentate del 20 per cento in 3 anni. Il petrolio venezuelano potrebbe concorrere a rafforzare il mix energetico statunitense in un fase storica che vedrà la produzione di corrente elettrica crescere al 15 per cento annuo fino al 2035 contro l’1 per cento annuo degli ultimi 20 anni.
Il controllo del petrolio venezuelano da parte degli Stati Uniti può indebolire la Russia?
In parte sì. La Russia dipende fortemente dalle entrate derivanti dalla vendita di petrolio e gas per finanziare il bilancio pubblico e la spesa militare. Un aumento significativo dell’offerta globale, anche attraverso un rilancio del petrolio venezuelano sotto influenza statunitense, contribuirebbe a mantenere i prezzi più bassi. Questo ridurrebbe i margini dei grandi esportatori, Russia compresa. Non sarebbe un colpo decisivo, ma una pressione economica costante, con effetti nel medio periodo.




