In Iran la miccia delle rivolte non è stata accesa da un slogan politico, ma da un fallimento finanziario. Quando alla fine del 2025 è crollata Ayandeh Bank, uno dei principali istituti privati del Paese, è diventato chiaro che la crisi economica non era più gestibile con interventi di facciata. Il dissesto della banca ha fatto esplodere una catena di eventi che oggi sta mettendo sotto pressione la Repubblica islamica.
Un sistema bancario al collasso – Il fallimento di Ayandeh non è stato un incidente isolato, ma l’emersione di un sistema bancario profondamente malato. L’istituto, legato a figure vicine al potere politico, aveva accumulato quasi 5 miliardi di dollari di perdite, finanziando progetti interni e concedendo prestiti ad amici del regime, mentre veniva tenuto in vita dalla banca centrale attraverso massicce iniezioni di liquidità.
Quando il meccanismo si è inceppato, il governo è intervenuto assorbendo la banca nella statale Bank Melli e coprendo le perdite stampando moneta.
La scelta ha evitato il panico immediato tra i depositanti, ma ha scaricato il costo sull’intera economia. Nel giro di pochi mesi il rial, la moneta iraniana, ha accelerato una svalutazione già drammatica, perdendo oltre l’80 per cento del suo valore rispetto al dollaro nel solo 2025. Per un lettore italiano, significa che il potere d’acquisto di salari e risparmi è stato eroso in un anno più di quanto accada normalmente in un’intera generazione. I prezzi del cibo sono aumentati a ritmi superiori al 70 per cento annuo, mentre i redditi sono rimasti fermi, colpendo soprattutto la classe media urbana.

Il leader iraniano Ali Khamenei
Il simbolo della crisi – Il collasso bancario ha reso visibile ciò che per anni era rimasto nascosto: un sistema bancario strutturalmente insolvente, sostenuto da prestiti della banca centrale concessi senza reali garanzie e reinvestiti in progetti speculativi o in imprese riconducibili agli stessi azionisti.
Il caso dell’Iran Mall, il gigantesco centro commerciale di lusso costruito a Teheran, è diventato il simbolo di questo modello: un investimento faraonico finanziato dal credito bancario mentre l’economia reale entrava in stagnazione. Secondo fonti iraniane, oltre il 90 per cento delle risorse di Ayandeh era concentrato in progetti interni, una pratica che in Europa avrebbe attirato da tempo l’intervento delle autorità di vigilanza.
La fuga dei capitali – Le tensioni internazionali e la crisi bancaria hanno accelerato una fuga di capitali che gli analisti stimano tra i 10 e i 20 miliardi di dollari in un solo anno. Famiglie e imprese hanno abbandonato il rial per rifugiarsi in dollari, oro e criptovalute, svuotando ulteriormente il sistema finanziario. Le banche, già fragili, si sono trovate senza liquidità proprio mentre lo Stato riduceva sussidi e introduceva misure di austerità per far fronte al dissesto.
In questo contesto, le proteste non sono nate come una rivolta ideologica, ma come una reazione di sopravvivenza. Commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori della classe media, tradizionalmente più cauti e meno inclini allo scontro diretto, sono scesi in strada quando è diventato impossibile fissare i prezzi, importare merci o semplicemente comprare cibo.
La decisione del governo di accompagnare il salvataggio bancario con misure di austerità, tagliando sussidi e liberalizzando alcuni prezzi chiave, ha fatto il resto.




