«Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato altre 8 guerre, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante. Ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America». Così scrive Donald Trump in una lettera al capo di governo norvegese Jonas Gahr Støre (che non ha peraltro voce in capitolo nell’assegnazione dei premi Nobel). Se il presidente statunitense non ha ancora digerito il mancato conferimento dell’ambita onorificenza, nonostante la vincitrice María Corina Machado abbia deciso di consegnargli la sua medaglia come ringraziamento per la cattura di Nicolas Maduro, il nuovo anno non si è aperto nel modo più irenico possibile. Trump continua anzi a rivendicare in modo aggressivo la necessità di possedere la Groenlandia, dicendo di essere pronto ad acquistarla dai suoi abitanti (100mila dollari ognuno era la bassa offerta iniziale, poco più di 5 miliardi in totale), e annunciando un ritorno alla guerra dei dazi con otto alleati europei per la loro decisione di inviare piccoli contingenti di uomini (qualche decina, peraltro già ridimensionata dal ritiro dei 15 soldati tedeschi) come misura dissuasiva. Ma se il presidente statunitense parla di necessità difensive imprescindibili, qual è effettivamente la posta in gioco nello scenario artico?
Il sogno dorato di Trump

Il fiordo di Nuuk, in corrispondenza della capitale groenlandese
«La Danimarca non può proteggere la Groenlandia dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbe avere un diritto di proprietà? Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale di quella terra». La lettera di Trump a Støre riafferma un concetto espresso più volte nelle ultime settimane. Ma prima che per il mondo intero, è per gli Stati Uniti che Trump considera cruciale il possesso della Groenlandia. A suo dire l’isola costituirebbe un pilastro essenziale per il “Golden Dome”, il programma di difesa spaziale contro la minaccia di attacchi missilistici, forse anche nucleari, che il presidente ha annunciato all’inizio del suo secondo mandato e che dovrebbe essere pronto, nei piani, nel 2029. Il programma consisterebbe in un potenziamento dei sistemi di rilevamento e di intercettazione per fronteggiare lo sviluppo delle armi a medio e lungo raggio portato avanti da Cina e Russia.
La Groenlandia ha avuto un ruolo notevole nella difesa americana a partire dalla Guerra Fredda, ospitando sin dal 1951 un’importante base aerea a Pituffik, sulla costa nord-occidentale dell’isola. Da questa postazione, chiamata anche “Thule”, gli Stati Uniti potevano monitorare in anticipo eventuali attacchi provenienti dalla Russia e far decollare i propri bombardieri tattici nucleari. Stando all’accordo firmato con la Danimarca, le forze statunitensi potrebbero in ogni momento intensificare la propria presenza sull’isola semplicemente consultando le autorità groenlandesi e danesi (la Groenlandia gode di grande autonomia dalla Danimarca a partire dal 2009, ma il governo danese continua ad avere voce in capitolo in materia di difesa). Se la questione fosse quindi esclusivamente militare, e non riguardasse per esempio anche il controllo delle risorse energetiche groenlandesi, il progetto di Trump non avrebbe quindi alcuna necessità di annettere e controllare direttamente la Groenlandia.
Gli interessi cinesi

La statua del missionario Hans Egede a Nuuk
Il presidente statunitense ha parlato di uno stato di vulnerabilità totale dell’isola, difesa «solo da due slitte trainate da cani» in nelle ipotetiche mire cinesi e russe. Se non esiste una minaccia militare esplicita da parte delle due potenze, è vero però che entrambe hanno interessi rilevanti nello scenario artico, anche se toccano in modo marginale la Groenlandia. La Cina è infatti interessata soprattutto a costruire una rotta più stabile e vantaggiosa con l’Europa passando attraverso il mare artico. Lo scorso settembre ha stabilito un collegamento tra il porto di Zhoushan e quello inglese di Felixstowe che impiega circa 18 giorni, risparmiando più di una settimana rispetto al passaggio tradizionale dal canale di Suez. La problematica principale del viaggio è rappresentata però dalla fascia stagionale ridotta in cui è praticabile, da luglio a novembre, e dalla possibilità di dover ricorrere all’aiuto di navi rompighiaccio, ma con ulteriori sviluppi tecnologici e l’impatto del cambiamento climatico, la rotta potrebbe diventare un grande asset per la Cina. La Groenlandia è molto lontana dal passaggio delle navi cinesi, che si tengono più vicine alle coste russe, ma in passato Pechino ha tentato di acquistare ex porti e aeroporti sull’isola per stabilire delle basi artiche, ricevendo però rifiuti da parte dei governi groenlandesi e danesi nel 2016 e nel 2019. I potenziali interessi economici cinesi in Groenlandia sono stati allo stesso modo bloccati, come nel 2021 quando una società australiana con capitali cinesi ha tentato di acquistare la miniera di Kvanefjeld, associata in passato all’estrazione di uranio, ora però vietata nel paese. Anche senza l’intervento diretto degli Stati Uniti, la Groenlandia ha quindi già respinto l’espansione cinese.
La regina dell’Artico
La Russia è da sempre impegnata nello sfruttamento dell’Artico, da cui ricava circa l’80% della propria produzione di gas naturale, soprattutto in Siberia. Sono proprio le risorse naturali, più che il commercio, a essere desiderate da Mosca. La Russia sta cercando di ampliare le proprie acque territoriali in direzioni delle isole Svalbard, di proprietà norvegese, ma aperte alle comunità scientifiche di ogni paese che voglia stabilire un centro di ricerca, mentre con la Groenlandia c’è un punto di attrito in prossimità della cosiddetta “dorsale di Lomonosov“. Si tratta di un’area dove le acque territoriali non sono ben definite, restando contese in varie porzioni dai due stati e anche da Stati Uniti e Canada, interessati alle risorse energetiche sui fondali, idrocarburi, gas naturali e terre rare, non ancora sfruttate.




