Il 21 gennaio è stata una giornata pirotecnica al World Economic Forum di Davos. Se la mattinata si era aperta con la presa di posizione a distanza del premier britannico Keir Starmer, che aveva ribadito il sostegno alla Danimarca nella questione groenlandese, il presidente statunitense Donald Trump ha tenuto nel pomeriggio un discorso fiume di quasi un’ora e mezza in cui ha affermato di rinunciare all’uso della «forza eccessiva» per il controllo della Groenlandia. Il colpo di scena si è avuto però in serata: Trump ha annunciato su Truth di avere trovato un accordo con il segretario generale della Nato Mark Rutte, per ottenere nuove basi sull’isola artica anche senza possederla pienamente, decidendo al tempo stesso di ritirare i dazi che avrebbero dovuto colpire gli 8 paesi europei “resistenti” a partire dal 1° febbraio. Quasi in contemporanea alla svolta, la chiusura della giornata di lavori è stata segnata da un incendio scoppiato nelle vicinanze del centro congressi, che ha obbligato i presenti ad andarsene per precauzione. Trump aveva già raggiunto l’Hotel Intercontinental per passare la notte, in attesa dell’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, con il quale tornerà a parlare delle condizioni per la pace in Ucraina, e della firma per la nascita del Board of peace.

Il discorso di Trump al World Economic Forum trasmesso su maxi schermo
La confusa intesa – Dopo una serata tranquilla, tranne una piccola gaffe sull’incontro con Zelensky, annunciato da Trump durante l’intervento al Forum, ma rettificato dalla presidenza ucraina («Zelensky è oggi a Kiev, non a Davos») e rimandato al giorno successivo, Trump ha postato su Truth l’accordo più importante del giorno. «Dopo un incontro molto produttivo con il segretario generale della Nato Mark Rutte, abbiamo costruito le basi per un accordo sulla Groenlandia e su tutta la regione artica. Sarà un grande accordo per gli Stati Uniti e per tutti i membri della Nato se verrà messo in campo. Sulla base di ciò non metterò i dazi che dovevano entrare in vigore dal 1° febbraio». Il presidente ha affermato di aver ottenuto tutto quello che voleva sulla Groenlandia, nonostante le pretese di poche ore prima di controllare interamente il territorio. Stando alle indiscrezioni infatti, l’accordo prevederebbe in linea di principio la cessione della sovranità di piccole porzioni di territorio groenlandese per la costruzione di ulteriori basi militari (sull’isola c’è già quella di Thule dal 1953, che ha avuto un ruolo importante nella Guerra Fredda). I funzionari statunitensi che ne hanno parlato al New York Times paragonano questa soluzione a quella delle basi britanniche a Cipro, mentre un altro paragone fatto è quello della baia di Guantanamo, data in “prestito perpetuo” da Cuba dal 1903. Le nuove basi sarebbero necessarie secondo il presidente americano per garantire la piena funzionalità del “Golden Dome”, il sistema di difesa avanzato contro minacce missilistiche indirizzate verso l’America del Nord che dovrebbe essere operativo nel 2029.
Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha dichiarato che resta ancora molto lavoro da fare, nonostante «stasera ci sia stato un incontro molto positivo», e che non si è parlato della sovranità groenlandese, ma solo di protezione dalle «vasta regione artica, dove crescono le attività russe e cinesi», mentre anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz, rappresentante di uno degli otto paesi europei che avevano inviato truppe in Groenlandia per opporsi simbolicamente all’aggressività statunitense, ha evidenziato che «si stanno facendo passi nella giusti direzione, accolgo con favore le dichiarazioni di Trump della scorsa notte».

La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde con il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick
Una frattura in ricomposizione – Le premesse all’arrivo di Trump non erano state delle migliori: la sera prima del suo discorso c’era stato l’ennesimo episodio di frizione tra Stati Uniti ed Europa. Dopo che la presidente della Banca centrale europea (Bce) Christine Lagarde aveva criticato le politiche dell’amministrazione Trump, che a suo dire creano «incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica», il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick aveva reagito in modo duro durante la cena a conclusione dei lavori, dicendo che l’economia europea è già in crisi di competitività e schernendo gli appelli della presidente della Bce a un’Europa unita ed emancipata dagli Stati Uniti, provocando come reazione l’abbandono della sala da parte di Lagarde.
Ci si sarebbe potuti aspettare una ripresa aggressiva da parte di Trump, che invece nel suo discorso, iniziato alle 14.30 e durato 90 minuti (contro i 45 programmati), ha ridimensionato le proprie mire sulla Groenlandia. Il presidente statunitense ha esordito vantandosi dei supposti grandi risultati economici del primo anno del suo secondo mandato, soffermandosi a lungo sulla sua politica economica basata sulla contrarietà alle politiche green, al ritorno delle attività produttive negli Stati Uniti e ai dazi. Poi il momento chiave, quello sulla politica estera, è stato segnato dalle parole «Non userò la forza, non ne ho bisogno».
L’oggetto della contesa – Una frase che poteva essere superflua nel vecchio modo di condurre la politica internazionale, ma che sotto l’amministrazione Trump rappresenta un forte segnale di moderazione. La pretesa sull’intera Groenlandia non si era però ancora attutita nel pomeriggio di Davos: «Tutto quello che chiediamo è la Groenlandia, inclusa la proprietà, perché serve la proprietà per difenderla. Non si può difendere un territorio in affitto. Su quel ghiaccio, costruiremo la più grande “cupola dorata” [il progetto del Golden Dome] mai costruita. Un sistema di difesa che proteggerà anche il Canada, che dovrebbe esserci grato. Ricordatelo, Mark [Carney], la prossima volta che rilasci dichiarazioni». La frecciata è al discorso del giorno precedente del premier canadese Carney, che aveva denunciato l’ormai avvenuta «rottura dell’ordine mondiale» e la necessità da parte delle piccole potenze di riunirsi per far valere i propri interessi.
Il monito agli Europei resta, citando l’intervento americano durante la Seconda Guerra mondiale, per impedire l’occupazione dell’isola da parte della Germania nazista, Trump ha affermato: «Avremmo potuto tenerci quel pezzo di terra e non l’abbiamo fatto, quindi hanno una scelta. Potete dire di sì e vi saremo molto grati. Oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo». Dal canto loro invece, nel pomeriggio del discorso di Trump, i parlamentari dell’Unione Europea hanno stabilito di non ratificare l’accordo sui dazi stipulato a fine luglio tra Stati Uniti e Unione, decidendo di rinviare il voto del 26 gennaio nella commissione per il commercio internazionale che avrebbe dovuto confermarlo. Il presidente della commissione Bernd Lange ha infatti dichiarato che le nuove minacce daziarie hanno fatto saltare l’accordo, che aveva stabilito come soglia tariffaria il 15%, sospendendolo fino a nuovo avviso.




