Premio Nobel per la pace nel 2023, «leonessa dell’Iran» secondo le donne del Paese e «spina nel fianco del regime degli ayatollah» per i giornali occidentali. Narges Mohammadi è attivista e giornalista iraniana, entrata e uscita diverse volte dal carcere dal 1998 per le sue posizioni contro il governo del suo Paese. Il 12 dicembre 2025 è stata arrestata di nuovo e con oltre 25 anni di condanna sulle spalle ieri, 8 febbraio, ne ha guadagnati altri sette e mezzo.
L’ultimo arresto – Mohammadi è stata arrestata prima dell’inizio delle proteste scoppiate a gennaio. L’attivista iraniana stava partecipando alle esequie di Khosrow Alikordi, noto avvocato impegnato nei diritti umani trovato morto nel suo studio. È successo a Mashhad, dove Mohammadi è stata picchiata e arrestata dai Pasdaran e dove ora è detenuta. Le accuse sono definite arbitrarie dagli attivisti per i diritti umani e parlano principalmente di «diffusione di propaganda contro il sistema». La famiglia non ha sue notizie dal 14 dicembre e lunedì 2 febbraio Mohammadi ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni dei detenuti e delle detenute nelle carceri iraniane. Ieri, 8 gennaio, l’avvocato di Mohammadi ha fatto sapere che è stata condannata ad altri 6 anni per «raduno e collusione contro la sicurezza nazionale» e un anno e mezzo per «propaganda contro lo Stato». A questo si aggiungono due anni di esilio nella città di Khosf e il divieto di lasciare il Paese per altri due.
Dentro e fuori da 28 anni – L’attivista è entrata in carcere per la prima volta nel 1998, dopo una condanna per aver criticato il governo. Da allora la vita di Narges Mohammadi è stata un alternarsi di premi e reclusione. Nel 2009 ha vinto il premio internazionale Alexander Langer e nel 2023 il premio Nobel per la pace. Mentre si trovava in carcere ha condotto diverse volte scioperi per la fame e altre forme di protesta. Per l’anniversario della morte di Masa Amini, la vittima che ha dato vita alle proteste di “donna, vita, libertà”, ha dato fuoco al velo insieme ad altre detenute. Un’azione che le è costata un altro rincaro della pena. Le sue denunce e proteste che l’hanno portata a vincere il Nobel riguardavano, e riguardano tutt’ora, le condizioni di detenzione nelle carceri iraniane, caratterizzate anche dalla “tortura bianca”, quella psicologica, che non lascia segni sulla carne ma sulla psiche dei detenuti. Tutto raccontato nel suo libro Più ci rinchiudono, più diventiamo forti.
Da Teheran al Polimi – Tra le persone che sono state arrestate in Iran durante le proteste c’è anche Raheleh Moeini. È una studentessa di 23 anni del Politecnico di Milano, che era tornata a casa, a Teheran, per le vacanze di Natale. Il Corriere racconta che Moeini era scesa in piazza l’8 gennaio insieme a un’amica e che durante la protesta è stata ferita dai proiettili dei Pasdaran. Ora anche lei si trova in carcere come centinaia di altre persone che sono scese in piazza contro il regime degli ayatollah.




