L’Italia non è un Paese fragile solo quando arriva l’emergenza. Lo è per struttura. Il territorio nazionale è interamente sismico e, secondo l’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), nel 2024 il 94,5 per cento dei comuni italiani ricade in aree a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe. Ma la vulnerabilità italiana non è solo fisica: dipende anche da chi il Paese lo abita. Il 69,9 per cento dei comuni ha meno di 5 mila abitanti, il 63,8 è classificato come rurale e oltre 4 mila comuni rientrano nelle aree interne, cioè nei territori più lontani dai servizi essenziali.

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Comuni italiani a rischio idrogeologico

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Comuni rurali in Italia

È un Paese punteggiato da piccoli centri, borghi, crinali, vallate, infrastrutture diffuse e spesso fragili. Per questo la prevenzione non può essere uniforme né solo tecnica. Deve essere territoriale, continua, amministrativa e sociale. Anche la risposta pubblica alle catastrofi, in fondo, si è costruita così, per stratificazione di disastri.
Il terremoto del Belìce del 1968 mostrò subito cosa possono creare una cattiva gestione dei fondi stanziati e una burocrazia lenta: ancora oggi la ricostruzione di quelle aree non è terminate. Nel 1976 all’interno del drama del sisma in Friuli Giuseppe Zamberletti mette le basi per la nascita della protezione civile che nascerà poi nel 1982, dopo un altro terremoto, quello dell’Irpinia. è con la legge 225 del 1992 che la protezione civile allarga poi le sue competenze oltre il solo soccorso.
La sequenza sismica di agosto-ottobre 2016
Quella del terremoto del 2016 è stata una sequenza che ha cambiato la forma materiale e umana dell’Appennino centrale. Il 24 agosto una scossa di magnitudo 6.0 ha colpito il Centro Italia, provocando 299 vittime tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Le scosse più forti si sono verificate tra Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, dove il sisma ha causato la distruzione più grande e il maggior numero di vittime. Tra il 26 e il 30 ottobre il baricentro si è spostato nel parco nazionale dei Monti Sibillini: prima le scosse con epicentro tra Castelsantangelo sul Nera e Ussita, poi il 30 ottobre la scossa di magnitudo 6,5 tra Castelsantangelo, Preci e Norcia. La più forte in Italia da quella dell’Irpinia nel 1980.
Dopo il terremoto, sul Monte Vettore, la più alta montagna di Marche e Umbria, si è formata una frattura in superficie di almeno 15 chilometri che i geologi chiamano scarpata di faglia. È il segno concreto lasciato dal sisma nel paesaggio, spostandolo, deformandolo e creando un netto dislivello. Non si tratta di una crepa qualsiasi, nata per caso. È la manifestazione visibile del movimento della crosta terrestre durante il terremoto, la traccia esterna di ciò che è avvenuto sotto, quando una parte del rilievo si è abbassata rispetto all’altra e la superficie si è spezzata in una serie di aperture e fratture parallele.

Questa “ferita” ha reso visibile la faglia che ha generato il sisma. La rottura principale, infatti, non si è presentata come una sola linea sottile, ma come una fascia di deformazione più ampia, con spaccature secondarie distribuite lungo il versante. È per questo che i geologi spiegano che, quando la faglia raggiunge la superficie, la rottura tende ad aprirsi e a ramificarsi, quasi “a ventaglio”, trasformando il paesaggio e lasciando sulla montagna il segno del terremoto.

Qui il sisma non ha solo distrutto case, chiese e strade, ha messo in dubbio la possibilità di abitare questi luoghi. Il territorio dei Sibillini era in bilico già prima del 2016, colpito da spopolamento, invecchiamento, rarefazione dei servizi. Il terremoto ha accelerato questa tendenza. Dopo il sisma, la popolazione è stata temporaneamente dislocata sulla costa, in campeggi e sistemazioni di fortuna. Nel frattempo sono state costruite le Sae (Soluzioni abitative d’emergenza), abitazioni antisismiche di 40 o 60 metri quadri a basso impatto ambientale. Alcuni dei residenti delle aree terremotate vi si sono stabiliti, ma molte famiglie, soprattutto quelle con figli piccoli, se ne sono andate e non hanno più fatto ritorno nei paesi del cratere.

Un gruppo di Soluzioni abitative d’emergenza (Sae)

Il centro storico di Visso

La ricostruzione in quest’area è emblematica perché per la prima volta, insieme al bisogno di gestire la crisi sismica, si aggiunge anche quello di presidiare altre due emergenze che si sono manifestate: quella climatica e quella demografica. In concreto, cosa avete dovuto fare rispetto alla gestione post-sisma di altri eventi? Abbiamo affiancato alla ricostruzione materiale una strategia di rilancio più ampia, che si chiama Next Appennino. Si muove su due assi: da una parte sviluppare infrastrutture pubbliche, fisiche e digitali; dall’altra dare sostegno a imprese, innovazione e ricerca. L’idea è che la ricostruzione non sia solo riparazione, ma un salto di qualità per l’intero Appennino centrale.
Guido Castelli

Commissario straordinario di governo alla ricostruzione

Il Rapporto sulla ricostruzione 2025 ha registrato nei 138 comuni del cratere un calo di popolazione del 9 per cento tra il 2011 e il 2024. Quest’area si è configurata fin da subito come un laboratorio per la vastità del territorio colpito, oltre 8 mila chilometri quadrati, e perché qui la ricostruzione fisica, da sola, non è bastata e non basterà. La ferita dei Sibillini può insegnare che mettere in sicurezza l’entroterra significa anche renderlo di nuovo abitabile, desiderabile e produttivo.
La prossima scossa, la prossima alluvione ci sarà. Nello scorso marzo il Parlamento ha approvato le legge la legge 40 sulle ricostruzioni (Legge quadro in materia di ricostruzione post-calamità, L. n. 40 del 18 marzo 2025 ndr.). Una legge che di fatto ha mutuato la nostra impostazione operativa e la componente di rilancio economico e sociale della ricostruzione.
Guido Castelli

Commissario straordinario di governo alla ricostruzione

Chi va, chi torna, chi resta
A dieci anni dal terremoto, sono ancora 9 mila i nuclei familiari che vivono nelle Sae. Passeggiando per i vialetti che separano i prefabbricati, sembra di camminare nella versione in miniatura di un quartiere residenziale americano: tante casette colorate tutte uguali, le une vicino alle altre, con quadrati di verde all’ingresso. Spostandosi tra i comuni del cratere si incontrano decine di agglomerati di queste casette. Le persone si sono trasferite qui dopo essere state per mesi in campeggi sulla costa e sistemazioni di fortuna, in attesa che le loro case venissero ricostruite o che tornassero agibili. Per migliaia di persone l’attesa non è ancora finita.

Mariarita, Castelluccio di Norcia

Ilaria, Visso

Ci sono persone a cui il terremoto ha portato via tutto. Rossella Orazi gestiva il ristorante “La Mezzaluna” di Ussita. Il terremoto del 2016 ha reso inagibile sia il suo locale che la sua casa nella frazione di Vallestretta. Da anni vive in uno dei quartieri di prefabbricati che circondano i paesi terremotati.
Sto ancora aspettando che casa mia sia pronta, e intanto vivo qui dentro. In tutti questi anni non ho voluto abbellirla, a differenza di altri. Questa non è casa mia. Vivere così, gli uni attaccati agli altri, per così tanto tempo ha rotto amicizie, creato discussioni tra persone molto legate fino a prima del terremoto e causato divorzi. Ci sono famiglie che sono state distrutte dal cambio di vita, e l’uso di psicofarmaci è esploso. Come si risarcisce tutto questo?
Rossella Orazi

Molte persone hanno abbandonato la loro terra dopo il terremoto, e non vi hanno più fatto ritorno. È il caso della famiglia Nori, che prima del 2016 gestiva l’Albergo ristorante “Monte Bove” di Ussita e il ristorante “La Camilluccia” di Pieve Torina, distrutti dal terremoto. Carla Nori, il marito (e cuoco del ristorante) Samuele Boldrini e la sorella Pamela dal 2017 hanno aperto il ristorante “Non ti scordar di me” a Porto Sant’Elpidio.
Il nostro ristorante si chiama così perché è quello che chiediamo a chi ci ha conosciuto: non dimenticatevi di noi, come noi non ci dimentichiamo di quelle terre, dove vogliamo tornare
Carla Nori

Ristoratrice, Non ti scordar di me

La Norcineria di Visso è stata portata avanti per 90 anni da quattro generazioni della famiglia Pettacci-Tarragoni. Gli ultimi eredi hanno scelto di percorrere altre strade e se ne sono andati. Tre anni fa il negozio è stato rilevato da Giacomo e Valerio Paolucci, due fratelli di 30 anni che da Tolentino hanno deciso di lavorare in questi luoghi.
Ci davano dei pazzi per aver rilevato un’attività nell’area del cratere, ma noi ci crediamo
Giacomo e Valerio Paolucci

Pettacci Salumi

La famiglia Troiani alleva bovini da decenni. Dopo il terremoto, ha deciso di vivere in una roulotte per non allontanarsi dai propri animali.
Si è rotta la catena di ricordi che faceva rimanere le persone
Mario Troiani

Allevatore

Tra chi prova a fare qualcosa per ricucire lo strappo creato dal terremoto ci sono le Pro Loco e le associazioni locali che tengono vive le tradizioni di queste terre. A Visso Letizia Cappa è nel direttivo della Pro Loco e tra i soci dell’associazione “Torneo delle Guaite”, che ogni anno celebra con una rievocazione in costume l’antica suddivisione amministrativa e difensiva del territorio in “Guaite” (dal termine longobardo waita, che significa “guardia” o “sentinella”), ovvero quartieri o distretti che nel Medioevo avevano il compito di sorvegliare i confini e le porte delle città. I rappresentanti delle cinque “guaite” si sfidavano in un torneo di tiro con l’arco per eleggere il nuovo guardiacaccia. Oggi la gara viene messa in scena dall’associazione con il coinvolgimento della cittadinanza.
Sono nata e cresciuta a Visso. Dopo il terremoto mi sono spostata a Macerata insiama alla mia famiglia, perché la nostra casa non è agibile. Torno qui sempre volentieri, ci sono i ricordi della mia infanzia. I bambini di oggi, che non sono cresciuti qui a causa del terremoto, non hanno vissuto questo paese come le persone della mia generazione, e quindi non avranno mai voglia di tornare. Serve quindi ricreare le tradizioni che hanno legato noi per primi a questi luoghi e credo che sia anche con eventi come il Torneo che si può ricostruire il tessuto sociale. La tradizione si era fermata con il terremoto del 1997. Siamo noi giovani che l’abbiamo ripresa perché oltre alla ricostruzione fisica servono iniziative che invoglino a creare una realtà qui, ad aprire un’attività, a venire a vivere in questi Comuni. È l’ultima generazione che si trascina dietro la storia.
Letizia Cappa

Il tramandamento della memoria, la costruzione di un’identità, la maturazione di affetti non possono essere pianificati da norme e leggi. Sono materia organica, nascono tra le persone, cambiano ed evolvono insieme a loro e dentro di loro. È un patrimonio immateriale che, per essere preservato e tutelato per continuare a vivere e mutare nel tempo, ha bisogno di radici nei luoghi, di attivismo di base e iniziative locali, che diventano coscienze critiche e sentinelle di ciò che non va. L’associazionismo, nelle aree terremotate, non è semplice volontariato di supporto, ma un attore concreto di rigenerazione territoriale. Chiara Caporicci viveva a Pioraco, vicino Camerino. Prima del terremoto, come tanti, aveva lasciato il suo paese d’origine e viveva a Bologna, dove aveva studiato e lavorava come organizzatrice di eventi musicali. Poi, dopo il 2016, è tornata per aiutare le persone colpite dal sisma e non è più andata via. Ha fondato la cooperativa C.A.S.A (Cosa Accade Se Abitiamo), che nella sua sede a Frontignano (frazione di Ussita) accoglie iniziative di promozione sociale e offre un alloggio a chi vuole scoprire questi luoghi, dando la possibilità di conoscere il territorio dei Sibillini in modo diverso dall’esperienza turistica. C.A.S.A organizza eventi culturali e di aggregazione per invogliare chi viveva qui a tornare, tra questi, anche il cinema all’aperto che d’estate si svolge a Ussita ogni sabato sera.
Il Piantamaggio è un’antica festa pagana di primavera, un rito di fertilità e di buon auspicio che un tempo si celebrava nelle frazioni di Ussita e che per oltre trent’anni era andato perduto. Anche il nome ha un significato molto forte: in dialetto ‘piantare maggio’ significa fare l’amore, ed è infatti un rito legato simbolicamente alla fertilità. Noi lo abbiamo fatto tornare in vita ripartendo dalla memoria degli abitanti, dentro un lavoro più ampio di ricostruzione sociale del territorio. Oggi ci ritroviamo insieme, andiamo nel bosco a scegliere il faggio, lo portiamo in paese, lo scortecciamo, lo alziamo e poi cantiamo di casa in casa: è diventato un modo per ritrovarci, riattivare i legami e restituire comunità a un luogo ferito dal sisma.
Chiara Caporicci

Dei 18 miliard di euro stanziati dal sisma ne sono stati spesi circa 15.
La ricostruzione, però, non può essere solo quella degli edifici. Serve fare qualcosa per far sì che le persone trovino un posto in cui tornare. C’è un piano che riguarda 450 scuole e gli ospedali dentro e fuori il cratere. In questo il terremoto che la collaborazione tra le regioni è fondamentale e ha dato l’impulso allo snellimento dei rapporti tra i vari enti, che ora è digitalizzato con dei datacenter
collegati tra loro in modo da dematerializzare le pratiche e degli archivi comunali, essenziale in un territorio ampio come quello delle aree interne.
La prossima alluvione, il prossimo terremoto sono dietro l’angolo. Serve farsi trovare pronti ed essere un modello replicabile in futuro
Guido Castelli

Commissario straordinario di governo alla ricostruzione

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Risorse governative utilizzate

C’è un ultimo tassello tra le realtà del territorio che ha fatto da collante negli anni che sono seguiti al sisma. L’università di Camerino, fondata nel 1336, ha proseguito la sua attività in tutti questi anni, celebrando una sessione di laurea già una settimana dopo il terremoto.
Credo che l’università abbia rappresentato un punto fermo. I nostri edifici storici erano gravemente danneggiati, quindi ci siamo spostati fuori dal centro e abbiamo riattivato subito le attività. Senza l’università, Camerino sarebbe stata una città qualunque dell’Appennino. Diamo lavoro a più di un migliaio di persone e continuiamo ad attirare studenti. Anche quando molti alloggi del centro non erano più disponibili, abbiamo trovato soluzioni alternative: nuovi posti letto al campus, autobus quotidiani dalle città marchigiane, didattica a distanza. In questo modo abbiamo impedito che il legame tra città, giovani e formazione si spezzasse del tutto. Essere un polo internazionale significa portare qui persone, competenze, relazioni, e contrastare non solo lo spopolamento ma anche l’isolamento.
Graziano Leoni

Rettore Università di Camerino