È nata come norma contro il caporalato in agricoltura. A distanza di dieci anni, la legge 199 del 2016 ha allargato lo spettro di tutele: dai braccianti agli operai fino ai lavoratori del Terzo settore. È la fotografia che emerge dal sesto Rapporto del laboratorio sullo sfruttamento lavorativo, realizzato dal Centro di ricerca interuniversitario “L’altro diritto”, in collaborazione con Flai Cgil e la Fondazione Placido Rizzotto.

Nei primi anni dall’entrata in vigore della legge 199, gran parte delle indagini sullo sfruttamento individuate riguardavano il settore primario (67 per cento). L’incidenza dell’agricoltura è man mano diminuita fino a quasi dimezzarsi in termini percentuali: nel 2023 era al 33 per cento, nel 2024 al 38 per cento. Il fenomeno dello sfruttamento agricolo riguardava le regioni del Sud in larga maggioranza (fino all’80 per cento), mentre ora il Meridione impatta per il 46 per cento sul contesto nazionale. Dominano comunque la Sicilia (144 casi) e la Puglia (115), segue il Lazio (37), la Lombardia e la Calabria (36).

In generale, le inchieste della magistratura contro lo sfruttamento lavorativo, censite nel rapporto, sono 1.249. Il Sud è l’area più colpita dalle indagini: 573 casi contro i 369 al Nord e i 307 al Centro. Il divario si assottiglia nel settore secondario – industria, edile, artigianato – in cui l’incidenza è pressoché omogenea. Nel terziario, settore in cui si concentrano servizi di vario genere, il Settentrione, con 88 casi sui 224 individuati, sorpassa il Sud. Secondo lo studio è proprio in questo ambito (e in particolare nei servizi di cura e assistenza alla persona e nel turismo) che si concentra il sommerso che sfugge alle statistiche.

A colpire a livello mediatico, ma meno attendibile da un punto di vista statistico, è l’evoluzione nel tempo del numero di inchieste aperte dalla magistratura. Non è solo una questione di “sommerso” dell’illegalità. Il rapporto, infatti, si basa sulle rilevazioni autonome dei ricercatori, ma soprattutto sui dati forniti dalle procure. Non tutte collaborano, ma il numero aumenta: lo scorso report si basava sulle indicazioni provenienti da 66 palazzi di giustizia, ora da 81 rispetto ai 144 presenti sul territorio nazionale. Ciò non toglie che l’incremento di quasi il 50 per cento dei casi di sfruttamento lavorativo in un anno è comunque significativo.

Il report si sofferma anche sull’impatto delle politiche di contrasto al caporalato sull’emersione del fenomeno. L’ultimo progetto in ordine di tempo si chiama ALT Caporalato T.R.E., durerà due anni ed è finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali attraverso il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione. L’ambito di intervento di queste iniziative è stato progressivamente allargato: ora interessa anche l’edilizia, la logistica, il settore manifatturiero. L’analisi dei dati mostra un significativo impatto di questi programmi sulle denunce e sulla protezione dei cittadini stranieri vittime di sfruttamento. In parallelo il ministero ha emanato bandi per coinvolgere il privato sociale nell’attività di contrasto dello sfruttamento e protezione, con presa in carico, delle sue vittime. Nell’ultimo avviso, per la prima volta, come requisito obbligatorio per l’ammissione al finanziamento, ci deve essere il coinvolgimento attivo delle parti sociali come partner delle proposte.

Impatta in modo positivo anche il nuovo permesso di soggiorno, introdotto nel 2024, che viene concesso a un lavoratore straniero indipendentemente dalla sua situazione di soggiorno, per proteggerlo non solo dalle ritorsioni per la collaborazione giudiziaria ma per essersi trovato nella condizione di vittima di “grave” sfruttamento lavorativo e di averlo denunciato. Il permesso dura sei mesi, prorogabile di un anno, e convertibile in un permesso per motivi di lavoro.