Anche i simboli a volte vengono dimenticati. La casa editrice Hoepli, con la relativa libreria internazionale di Milano, è in liquidazione. Un’istituzione, un punto di riferimento per i milanesi che rischia di essere cancellato. La decisione è arrivata dopo l’assemblea dei soci: «Hanno pesato i risultati di esercizio negativi correlati con l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario» si legge in una nota. Ma non c’è solo questa motivazione dietro a questa storica presa di posizione. Tra i meandri della scelta c’è anche un accesso scontro tra soci. Da una parte i rami che fanno capo alla storica famiglia svizzera, dall’altra il cugino Giovanni Nava, socio con circa il 33 per cento delle quote, che si oppone alla liquidazione e promette battaglia legale. L’operazione sarà affidata alla legale Laura Limido per gestire una cessione «imparziale ed efficiente» che tuteli creditori, dipendenti e soggetti coinvolti, preservando per quanto possibile il valore del patrimonio aziendale. Ottantanove dipendenti (82 tolti i dirigenti) che non sanno cosa aspettarsi ma che non si danno per vinti, supportati anche da diversi cittadini che non sono pronti a rinunciare al ruolo sociale e culturale della libreria. In questi giorni è stata avviata una petizione online che ha superato le 45mila firme. Nettamente più numerosa, ma non meno significativa di quella cartacea: un enorme foglio bianco in cui i clienti hanno lasciato la loro firma accanto a pensieri di incoraggiamento e di rabbia verso una proprietà che è pronta a dimenticare, come se niente fosse, oltre 150 anni di storia. La protesta si è fatta viva e si è trasformata in mobilitazione sabato 14 marzo, quando è stato organizzato un flash mob a cui hanno aderito dagli adulti ai bambini. Tutti uniti in coro: «Senza Hoepli non è Milano».

Cartello in omaggio alla libreria (foto di Piero Mantegazza)

Da dentro – L’avventura è cominciata nel 1870, quando Ulrico Hoepli nato in Svizzera nel 1847, è arrivato a Milano e ha acquistato una piccola libreria situata nella Galleria De Cristoforis, vicino al Duomo. Aveva solo 23 anni ma lavorava già nel mondo dei libri da anni e vedeva nell’Italia appena unificata un paese pieno di opportunità. Due anni dopo ha deciso di affiancare alla libreria una casa editrice che si distinguerà per i suoi libri tecnici e scientifici e nello specifico per i manuali. «Ulrico Hoepli è stato un bibliotecario che ha messo a posto la biblioteca di Alessandria d’Egitto, poi è venuto a Milano, è entrato a far parte di una piccola libreria, l’ha comprata e ha portato in Italia per la prima volta il manuale», ci ha raccontato Stefano Fanti, libraio da 27 anni. Quella creata dal fondatore è una storia meravigliosa, una libreria riconosciuta da tutti, specialistica e che è stata anche un luogo di incontri. Unica e irripetibile: «Non c’è un caso a Milano il cui palazzo è stato costruito per accogliere una libreria. È nata con piano terra e primo piano ed è cresciuta in tutti questi anni. È la libreria indipendente più grande d’Italia e una tra le più grandi in Europa».
Proprio per la rilevanza conquistata negli anni è difficile accettare la scelta intrapresa dalla proprietà: «Credo che la motivazione sia da ricercarsi nell’esaurirsi di una volontà, di una visione. Il carburante può essere messo da chi ci lavora, ma deve arrivare soprattutto da chi alimenta la cosa dall’alto. Se manca l’energia giusta tutto si affievolisce e muore». I lavoratori in ogni caso non si danno per vinti: «Si parla di un qualcosa di forte dal punto di vista affettivo, etico e morale. Non può essere ridotto tutto all’aspetto economico. Chiediamo giustizia nei nostri confronti e indirettamente nei confronti della città che ha dimostrato di tenerci molto a questo luogo».

Storie di vita – La libreria non è composta solo dai proprietari e dai dipendenti. Il suo essere speciale deriva spesso dalle persone che la popolano e dalle emozioni che provano sfogliandone i libri. Quando si vede la gente lottare affinché una libreria sopravviva vuol dire che ha svolto un buon lavoro, che ha fatto affezionare i cittadini e che ricopre un ruolo centrale nella comunità. In via Ulrico Hoepli 5, appena fuori dalla sede, si vedono persone fotografare le vetrine con appesi cartelli che recitano “Milano insisti, Hoepli resisti”, oppure frasi che ricordano il potere dei libri nella vita della gente. Il via vai è considerevole, tutti ci tengono a lasciare un ultimo saluto, un abbraccio simbolico. La libreria è entrata nel cuore dei cittadini che la vogliono scortare fino alla fine.

Libreria Hoepli interno (foto di Piero Mantegazza)

Davanti all’ingresso principale le persone iniziano a parlare tra di loro spontaneamente, non vanno incalzate, condividono preoccupazioni e si scambiano pensieri. «Mi viene da piangere, ma non lo faccio», dice Chiara Balli, una signora sull’ottantina. «Ma perché lo fanno?», risponde incredulo l’antropologo Marco Traversari. «È uno scempio quello che sta accadendo. La libreria è un’istituzione per Milano. Vengo qui da quando sono piccola, ormai sono passati quasi 50 anni», racconta Balli. «Per chi non è di Milano è difficile spiegare il legame tra la Hoepli e la città. È una libreria indipendente, con varie specialità: dall’arte alla manualistica. Sezioni dettagliate che non trovi facilmente altrove. Ma ormai è la direzione in cui sta andando il mondo, si pensa solo ai soldi». A continuare il discorso è Traversari: «La logica del mercato ci dice che il mondo del libro è in calo, chiudendo la Hoepli non si tutela una nicchia di lettori e un materiale unico». L’antropologo sottolinea poi un’analogia con lo sgombero del centro sociale Leoncavallo: «Molti milanesi si scandalizzano ed erano a favore dello sgombero del Leoncavallo. Non capiscono che la logica è la stessa. È la logica del capitale e viene chiuso un altro spazio di cultura e di aggregazione sociale».
La libreria non è popolata solo da anziani, la sua ricchezza ha rapito anche diversi giovani, come Lorenzo Villabruna, 23 anni, studente universitario di Storia. Conosce nei dettagli i momenti chiave della libreria e si coglie nei suoi occhi una passione viscerale per la lettura e per il libro come oggetto in sé. «Ho un grande interesse per le lingue e mi sono avvicinato alla Hoepli cercando qualcosa sul norvegese, solo qui potevo trovarlo. Guardiamoci attorno, qui è tutto bellissimo. Dal punto di vista dell’editoria tecnico-informativa, linguistica e naturalistica non ci sono eguali». Villabruna riflette su quello che si potrebbe perdere: «La nicchia ecologica della casa editrice è chiara, si andrebbe a perdere un universo. Inoltre un aspetto da non sottovalutare è la conoscenza esperienziale di cui il libraio è portatore. Acquistando i cataloghi online si annulla tutta una parte di confronto, di consiglio e di apprendimento data dal vissuto del libraio». Nemmeno i giovani, dunque, vogliono accettare passivamente la decisione della proprietà: «Una soluzione potrebbe essere un sistema di sottoscrizioni private, io sarei a favore».

Prospettive – L’orizzonte è cupo. Secondo quanto raccontato dal libraio Stefano Fanti la Hoepli potrebbe chiudere i battenti già attorno a Pasqua. Un primo appuntamento chiave riguarda il tavolo che è stato programmato per venerdì 20 marzo a Palazzo Marino. «Il Comune può farsi garante, chiedere che diventi una bottega storica, che ottenga il vincolo culturale, però questo è un palazzo privato e c’è poco da fare. Ci avevano già provato». Le risposte che arrivano dalla politica, in effetti, non sono così confortanti. «È un’iniziativa privata su cui possiamo fare poco», ha detto il sindaco Beppe Sala a margine del Cda del Teatro alla Scala. Se la realtà non sembra affatto confortante, i dipendenti provano a fare il possibile: «Ci mettiamo energia, cerchiamo anche di divertirci in questo momento, di non abbatterci, di rimanere saldi in piedi e di portare avanti fino alla fine il nostro lavoro. Se potete darci una mano, la petizione si trova su Change.org», ha ricordato Fanti.
«La speranza è l’ultima a morire. Una speranza chiamata mecenate. Noi restiamo sempre fiduciosi» ha detto commossa Vittoria Savegnago, libraia da vent’anni. Milano si stringe attorno ai suoi ultimi baluardi e questa volta non ha intenzione di spostarsi.