Cuba trema. Non solo per il terremoto di magnitudo 5,8 che ha colpito la provincia di Guantánamo martedì 17 marzo, ma anche per la pressione combinata di una crisi energetica senza precedenti e delle dichiarazioni sempre più aggressive di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca lunedì 16 marzo, ha detto: «Credo di avere l’onore di prendere Cuba. L’isola sta vivendo una grande debolezza. Posso liberarla o prenderla, penso di poterci fare tutto quello che voglio».
Le pressioni – Da gennaio, gli Stati Uniti hanno stretto il cappio attorno all’economia cubana, già in difficoltà prima dell’inizio del secondo mandato trumpiano a causa delle sanzioni applicate dalle precedenti amministrazioni. La situazione si è però aggravata con l’inizio dell’anno e con l’istituzione da parte della Casa Bianca di dazi nei confronti dei paesi che vendono petrolio a Cuba. Un “embargo di fatto”, come l’ha definito The Economist. L’obiettivo: trasformare la vulnerabilità energetica dell’isola in leva geopolitica. Il vero colpo è arrivato all’inizio dell’anno, quando gli Stati Uniti hanno bloccato le forniture di greggio provenienti dal Venezuela, il principale fornitore di Cuba per decenni, dopo l’arresto di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali americane il 3 gennaio 2026. Cuba è rimasta per tre mesi senza importazioni di carburante, secondo le stesse dichiarazioni del presidente Miguel Díaz-Canel. Lunedì 16 marzo, mentre Trump parlava ai giornalisti, l’isola ha subito un blackout totale del sistema elettrico nazionale, il terzo in quattro mesi. L’Avana per ore è rimasta al buio, mentre arrancavano ospedali, trasporti e servizi essenziali.
Prove di trattative – Díaz-Canel ha ammesso che il suo governo sta trattando con gli Stati Uniti e ha aperto alla possibilità per i cubani emigrati all’estero di possedere proprietà e attività commerciali sull’isola. Una concessione storica, per un’isola che da dopo la Rivoluzione ha fondato parte della propria identità sull’ostilità verso la “diaspora di Miami”, ovvero l’emigrazione della popolazione verso le coste della Florida. Ma Trump ha alzato ancora la posta. Secondo quanto rivelato dal New York Times, la delegazione statunitense avrebbe fatto sapere ai negoziatori cubani che il presidente deve andarsene, ma spetterebbe poi all’Avana decidere il seguito degli eventi. Lo schema ricalca quello già applicato in Venezuela, dove Washington ha accettato di mantenere il sistema di potere chavista depurato da Maduro. Il 15 marzo Trump si era mostrato ottimista: «Anche Cuba lo vuole, quindi penso che l’annunceremo a breve. Altrimenti faremo ciò che è necessario».
Muro contro muro – La risposta non si è fatta attendere. In un messaggio pubblicato su X il 18 marzo, il presidente cubano ha denunciato le minacce «quasi quotidiane» provenienti da Washington e ha scritto che l’amministrazione americana «intende annunciare piani per impossessarsi del Paese, delle sue risorse, delle sue proprietà e persino della stessa economia che cerca di soffocare per costringerci alla resa». Poi la sfida: «Di fronte allo scenario peggiore, Cuba ha una garanzia: qualsiasi aggressore esterno incontrerà una resistenza incrollabile». Nel mezzo, una popolazione esausta. Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha parlato di «rischio di collasso umanitario». Quaranta organizzazioni non governative hanno chiesto al Congresso americano di invertire la rotta. E mentre in strada inizia a scarseggiare anche il cibo, sui tavoli diplomatici le trattative sono sempre più in salita.




