Vince l’Italia del No. La bocciatura della riforma della giustizia è stata netta. Non è stato un testa a testa giocato su un paio di punti percentuali, come si prospettava alla vigilia: il divario al momento – con l’83% dei seggi scrutinati – è di circa 8 punti percentuali. Il No supera il 53% mentre il Sì è fermo poco sopra il 43%. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, uscita sconfitta dopo giorni di assidua presenza mediatica, ha postato un video sui social in cui prende atto dell’esito delle urne: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia».
Doveva essere un referendum che non avrebbe scaldato l’opinione pubblica. E invece quasi sei elettori su dieci (58,93%) sono andati alle urne tra ieri e oggi per confermare o bocciare la riforma della giustizia. Fino all’ultima occasione possibile, il comitato del No ha provato, invano, a spostare in avanti la data della consultazione per avere più tempo nell’organizzare il dibattito. Una materia troppo tecnica veniva associata al potenziale flop alle urne, considerata anche la generale parabola discendente dell’affluenza ogni qual volta gli elettori sono chiamati ad esprimersi. Il referendum abrogativo dello scorso giugno (partecipazione al 30%) faceva da spauracchio. D’accordo che questa volta si toccava la Costituzione, ma l’exploit del numero di votanti ha sorpreso ogni pronostico. E non c’era nemmeno l’obbligo di raggiungere il quorum.
Il divario di affluenza tra Nord e Sud è piuttosto marcato. Guida la classifica l’Emilia-Romagna (66,67%), seguita da Toscana (66,27%), Umbria (65,05%), Lombardia e Marche (63,77%), e Veneto (63,47%). Risultati peggiori in Sicilia (46,14%), Calabria (48,38%), Campania (50,38%) e Puglia (52,01%). Certo è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle ultime due settimane si è spesa molto a sostegno della riforma del ministro Carlo Nordio. Comizi, ospitate in programmi televisivi e telegiornali, contenuti social e finanche un’intervista al Pulp podcast di Fedez e Mr. Marra.
Nel 2016, la personalizzazione data dall’allora premier Matteo Renzi aveva spinto il 65,5% ad affollare i seggi e la consultazione si era svolta in una sola giornata. Renzi, che stava già scontando un calo di fiducia nei sondaggi, si è affossato con una sonora sconfitta che gli è costato il posto a Palazzo Chigi. Nella storia dei referendum costituzionali (tutti in questo millennio) la classifica sull’affluenza vede poi quello del 2006 sulla modifica della seconda parte della Costituzione (52,5%), quello del 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari (51,1%) e infine quello del 2001 sulla riforma del Titolo V della Costituzione (34,1%).
Meloni ha aspettato per votare questa mattina. Lo ha fatto sapere su X, con un selfie che la ritrae con la tessera elettorale in mano, un’anonima siepe verde alle spalle e un messaggio che la accompagna: «Partecipare è importante». Applausi ieri, all’ora di pranzo, per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sua Palermo, dove ha sempre mantenuto la residenza.
Dopo le grida e gli insulti ricevuti al funerale del fondatore della Lega, Umberto Bossi, il vice-premier Matteo Salvini ha votato ieri sera a Roma, nel seggio del quartiere Trionfale. Il suo partito non si è particolarmente esposto nella campagna referendaria per il Sì. Ieri il leader leghista ha bollato come «squallido» il video diventato virale di Giorgio Montanini, uno dei più taglienti stand-up comedian italiani. Nello spettacolo del giorno prima, il comico ha invitato il pubblico ad andare liberamente alle urne e ha aggiunto: «Spero che chi vota Sì possa morire domani». Frase che è stata ampiamente stigmatizzata a destra, Salvini in testa appunto. Comunque vada a finire, il profilo basso tenuto dalla Lega potrebbe pesare negli equilibri della maggioranza.
L’altro vice-presidente del Consiglio, Antonio Tajani, ha preso in mano scheda e matita ieri in una scuola elementare di Fiuggi. Forza Italia, di cui è segretario, si è impegnata a sostegno della riforma della Giustizia. Ieri, sui canali social del partito fondato da Silvio Berlusconi, il rispetto del silenzio elettorale si è giocato sul crinale del gioco: una carrellata di clip di attori hollywodiani che fanno un fugace cenno di assenso con il capo. Oltre ai big del partito, nelle ultime fasi della campagna referendaria, a scendere in campo per il Sì sono stati anche i figli di Berlusconi, Marina e Piersilvio.
Sui social gli appelli last minute per bocciare la riforma della Giustizia sono arrivati dal mondo dello spettacolo, con attori, registi e cantanti che si sono apertamente schierati: Elio Giordano, Daniele Silvestri, Sabrina Impacciatore, Diodato, Paola Turci e Vasco Rossi, sono solo gli ultimi in ordine di tempo.
Tra le polemiche di giornata, Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto l’intervento del ministero perché a «un numero significativo di nostri rappresentanti di lista» sarebbe stato impedito di votare «in totale e inescusabile violazione delle norme e dei principi basilari della democrazia». A Napoli, invece, Forza Italia ha lamentato che un mezzo di trasporto del Comune adibito per il trasporto dei disabili sia stato utilizzato per accompagnare ai seggi delle persone che avrebbero votato No. Roma ha infine dovuto raccogliere le lamentele sul traffico per la concomitanza con la maratona. Tutte vicende che appaiono già un lontano ricordo.




