«Una Grande Armada sta arrivando», l’annuncio di Donald Trump sul suo social Truth riecheggia la tentata impresa dell’Invencibile flotta spagnola che tentò di sbarcare in Inghilterra nel sedicesimo secolo. Se allora la spedizione nella Manica fallì, il presidente statunitense vuole usare la forza in arrivo nel Golfo Persico, una decina di navi tra cui la portaerei Abraham Lincoln, per costringere il governo iraniano a sedersi al tavolo delle trattative sul nucleare, in un momento di debolezza interna dovuta agli strascichi delle proteste iniziate a fine dicembre e domate solo dopo migliaia di morti. Se il regime degli ayatollah non dovesse scegliere la via diplomatica, le conseguenze sarebbero disastrose, avverte Trump.

La diplomazia delle cannoniere – «Parla gentilmente e portati un grosso bastone: andrai lontano». Della massima di Theodore Roosevelt, presidente Usa nei primi anni del Novecento, Trump ha deciso da tempo di non considerare la prima parte ma di fare tesoro della seconda. «Come con il Venezuela, la flotta è pronta e disposta a portare a termine la propria missione, con rapidità e violenza se necessario»: il messaggio è chiaro, l’ayatollah Ali Khamenei potrebbe fare la fine di Nicolas Maduro, catturato dalle forze speciali statunitensi il 3 gennaio durante l’operazione Absolute Resolve, se non una anche peggiore.
L’invito è quello di stipulare con gli Usa un accordo che riguardi il nucleare, un argomento già utilizzato nel corso del 2025, durante gli scontri tra Iran e Israele e i bombardamenti americani ai siti nucleari dello scorso giugno, citati esplicitamente nel post su Truth: «Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – NIENTE ARMI NUCLEARI – che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale! Come ho già detto all’Iran una volta, FATE UN ACCORDO!», le maiuscole sono del presidente. «Prima non l’hanno fatto e c’è stata l’operazione Midnight Hammer, una massiccia distruzione dell’Iran. Il prossimo attacco sarà molto peggiore! Non fatelo accadere di nuovo».

Un murales anti-americano comparso in queste ore nelle vie di Teheran: “Fate attenzione ai vostri soldati” (EPA/Abedin Taherkenareh)

Un dialogo indiretto – Il segretario di Stato Marco Rubio si è mostrato, come spesso accade, più cauto del presidente, affermando che la situazione sarebbe più complicata di quella venezuelana: «Credo che nessuno saprebbe dare una risposta semplice su cosa accadrebbe in Iran se la Guida Suprema e il regime dovessero cadere», affermando poi che, se necessario, «sapremo prevenire un attacco contro migliaia di militari americani e altre strutture nella regione e contro i nostri alleati, sperando che non si arrivi a questo». Gli Stati Uniti sarebbero pronti ad azionare i sistemi di difesa anti missilistica Thaad per rispondere alle eventuali rappresaglie iraniane contro le basi statunitensi e gli alleati in Medio Oriente. Rubio ha però anche dichiarato che il governo degli ayatollah è così debole che in futuro le proteste antiregime scoppieranno di nuovo.

Le replica – Da Teheran la risposta ha avuto più voci, quella minacciosa dell’ayatollah Khamenei è arrivata tramite il consigliere Ali Shamkhani: «Qualsiasi azione militare americana, da qualsiasi fonte e a qualsiasi livello, sarà considerata l’inizio di una guerra, e la risposta sarà immediata, globale e senza precedenti, e sarà diretta contro l’aggressore, il cuore di Tel Aviv e tutti coloro che lo sostengono». A sottolineare le sue parole ci sono anche quelle dei vertici dell’esercito: «Abbiamo mille nuovi droni. Siamo pronti a una risposta schiacciante». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha invece parlato della disponibilità a un accordo diplomatico equo e privo di coercizioni che «garantisca l’uso pacifico dell’energia nucleare senza nessuna arma atomica», sebbene al momento non ci siano ancora negoziati diretti. Araghchi viaggerà a Istanbul il 30 gennaio per cercare una mediazione: la Turchia si è infatti detta disponibile a far incontrare diplomatici iraniani e statunitensi.

Il consiglio dei ministri degli Esteri europei del 29 gennaio. In primo piano l’Alta rappresentante Kaja Kallas e il ministro Antonio Tajani (EPA/Olivier Hoslet)

La posizione europea – Nei paesi dell’Unione Europea l’attenzione è invece puntata sul regime iraniano più che sulle manovre statunitensi. I ministri degli Esteri dei Ventisette sono infatti riuniti per approvare nuove sanzioni contro Teheran come reazione alla repressione delle scorse settimane contro i manifestanti e per inserire i pasdaran, le guardie della rivoluzione, all’interno della lista delle organizzazioni terroristiche. Sulla decisione sembra  esserci ampio consenso, soprattutto da Francia, Spagna, Italia e Germania. Proprio da Berlino sono arrivate le parole forti del cancelliere Friedrich Merz, che ha dichiarato: «Un regime che può mantenersi al potere solo con la forza bruta e il terrore contro la propria popolazione ha i giorni contati. Potrebbero essere settimane, ma questo regime non ha alcuna legittimità per governare il Paese e se ci sono state decine di migliaia di vittime nelle ultime manifestazioni, è evidente che il regime dei mullah può mantenersi al potere solo con il terrore puro».
Dalla Russia Dimitry Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin, ha chiesto invece agli Stati Uniti «moderazione in merito a possibili azioni in Iran. Le opzioni diplomatiche non sono esaurite ed eventuali attacchi creerebbero il caos nella regione».