Kadugli, capitale del Kordofan meridionale. Una regione del Sudan meridionale martoriato dalla guerra civile. dove un asilo è stato attaccato con i droni. Sono almeno 63 i bambini che hanno perso la vita. Attaccati anche i feriti trasportati verso un ospedale vicino. Arrivati i soccorsi, è stato lanciato un secondo raid sul personale sanitario in azione. Il bilancio parla di oltre cento cadaveri. È in questa regione, il Kordofan, che si è spostato l’epicentro della guerra tra esercito sudanese, che risponde al governo di Abdel Fattah al-Burhan, e Rsf, l’organizzazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. 

Ali Kushayb, leader Janjaweed, alla Corte Penale Internazionale. Foto Ansa

La caduta di El Fasher – Alla fine di ottobre, dopo 18 mesi di assedio, le Rsf hanno preso il controllo di El Fasher, capitale dello stato del Darfur settentrionale. Era rimasta l’unica roccaforte dell’esercito nell’area. Le immagini satellitari riprese da sopra la città negli ultimi giorni di combattimento mostrano pozze di sangue e cumuli di cadaveri. E i video registrati da dentro la città fanno invece vedere quei massacri in presa diretta: i più crudi forse arrivano dall’account TikTok del brigadiere generale Issa Abu Lulu, che si vanta di aver ucciso più di 900 civili. Il militare delle Rsf si filma mentre con il fucile ammazza uomini e donne disarmati di El Fasher. La milizia paramilitare guidata da Dagalo è erede dei Janjaweed, formazione araba accusata di aver commesso un genocidio in Darfur per ordine dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Il comandante Janjaweed Ali Muhammad Ali Abd al-Rahman, conosciuto come Ali Kushayb, è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale lo scorso 6 ottobre come colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, stupro, tortura e attacchi sui civili. Si tratta della prima condanna emessa dalla Corte sul conflitto in Darfur.
Quello stesso incubo si starebbe ripresentando oggi agli occhi della maggioranza nera della regione.

Mappa del Sudan

La situazione sul campo – Dei 18 Stati in cui è diviso il Sudan, le Rsf ne controllano cinque. L’esercito mantiene la maggior parte delle altre 13, inclusa la capitale Khartoum. Ma ora la milizia di Dagalo sta puntando al Kordofan (che si divide in Nord, Sud e Ovest), regione cruciale per le sue risorse e per gli snodi logistici che permetto al petrolio del vicino Sud Sudan di oltrepassare il confine. Un duro colpo in questo senso le Rsf lo hanno assestato l’8 dicembre, prendendo il controllo del più grande giacimento petrolifero del Paese a Heglig, nel Kordofan meridionale. L’interruzione della produzione di greggio ha ripercussioni sulle economie di Khartoum e Juba.
I continui bombardamenti attribuiti alle Rsf hanno costretto 50mila persone a fuggire dal Kordofan. Da Kadugli, la capitale del Kordofan meridionale dove hanno perso la vita anche sei caschi blu bangladesi in una base Onu, partirebbero in 100mila se i combattimenti si intensificassero. Ma è la città El-Obeid, capoluogo del Kordofan settentrionale, che sembra prossima a essere messa a ferro e fuoco, secondo il portavoce dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) in Sudan, Mohamed Refaat.

La crisi umanitaria – Per il terzo anno consecutivo, l’organizzazione umanitaria International rescue committee ha decretato che la crisi umanitaria in corso in Sudan è la peggiore al mondo. Il 67% della popolazione, cioè oltre 33 milioni di persone di cui 15 milioni di bambini, ha bisogno di assistenza umanitaria. Sono 207mila le persone che vivono a un livello di insicurezza alimentare definito “catastrofico” secondo l’indice Ipc. Dall’inizio del conflitto gli sfollati interni sono 7,3 milioni, un numero destinato a crescere con il proseguire del conflitto. E a questo non sembrano al momento esserci alternative: non ci sono tavoli di pace credibili in corso, mentre al Burhan ha rifiutato un cessate il fuoco proposto da Usa, Emirati Arabi, Egitto e Arabia Saudita. L’accordo, secondo il presidente, avrebbe diviso il paese e smantellato le sue forze armate. Dagalo, dal canto suo, ha annunciato una tregua umanitaria di tre mesi mai veramente entrata in vigore.