Gli Stati Uniti sembrano pronti ad attaccare l’Iran. Donald Trump ha più volte minacciato «azioni molto forti» in risposta alla repressione attuata dagli ayatollah, culminata in omicidi in strada, esecuzioni e condanne a morte dei manifestanti. Secondo l’agenzia iraniana Hrana, le vittime delle proteste scoppiate a Teheran il 28 dicembre sarebbero circa 2.600, tra cui 153 agenti delle forze dell’ordine e 14 civili non coinvolti nelle agitazioni. Altre fonti, da verificare, riportano numeri quintuplicati. I feriti gravi sono più di 2mila e sono state arrestate più di 18mila persone. Nella serata di ieri, 14 gennaio, il presidente americano aveva fatto però un passo indietro, dichiarando in una conferenza stampa nello Studio Ovale: «Mi è arrivata l’informazione che le uccisioni in Iran si stanno fermando e che non ci sono piani di esecuzione». Da parte loro, le autorità iraniane hanno comunicato che le impiccagioni saranno interrotte per un paio di giorni, senza fare riferimento a cosa avverrà dopo. In ogni caso, i segnali di un possibile intervento yankee sono evidenti, primo fra tutti il ritiro del personale Usa da alcune basi militari centrali nello scenario mediorientale.

Il leader iraniano Ali Khamenei

Il leader iraniano Ali Khamenei

L’intervento militare – Il Pentagono sta preparando un piano d’intervento in Medio Oriente da mesi. Sul tavolo sia l’ipotesi di azioni invasive, in linea con quanto visito nei blitz dello scorso giugno, sia dei “mini-raid” rivolti ai punti nevralgici dell’apparato repressivo della Repubblica Islamica. Da questo punto di vista si prospettano attacchi alle caserme dei pasdaran (i guardiani della rivoluzione e cintura di sicurezza degli ayatollah) e dei paramilitari basij, oltre alle sedi delle forze dell’ordine locali. D’altra parte della barricata, i vertici politici e religiosi iraniani starebbero preparando la continuità del proprio regime. Come riportato dal New York Times, la Guida suprema Ali Khamenei, 86 anni e da tempo malato, avrebbe già nominato tre suoi possibili sostituti. In ultima istanza, sullo sfondo appare anche la possibilità di una guerra cibernetica per colpire le infrastrutture energetiche dell’Iran.

L’attesa – Per il momento, Usa e Gran Bretagna hanno ritirato i propri militari dalle basi presenti sul territorio. La stessa ambasciata inglese a Teheran è stata chiusa e opererà da remoto. Gli indizi continuano ad essere ambivalenti: dopo un’interruzione dei servizi di cinque ore, le autorità iraniane stamattina hanno riaperto il proprio spazio aereo. Dopo la riunione alla Farnesina tra il ministro degli esteri Antonio Tajani e l’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei, quest’ultima ha rivolto «l’invito agli italiani presenti nel paese (circa 500, ndr) per turismo o la cui presenza (…) non sia strettamente necessaria a lasciare l’Iran con i primi voli disponibili».

La sensazioni iraniane – Dopo quasi venti giorni dallo scoppio delle proteste nei mercati di Teheran, a partire dalle disastrose condizioni economiche del paese, la popolazione iraniana continua a chiedere un cambio di regime. Come questo possa avvenire, tuttavia, è ancora da definire. Greta Privitera, giornalista del Corriere della Sera che seguie la vicenda, ha commentato con la Sestina: «Molti iraniani, anche voci autorevoli, vogliono un intervento statunitense ma non una guerra. L’ideale sarebbero dei piccoli interventi chirurgici, l’uccisione precisa di alcuni membri cardine del regime. Questo però non ne assicura la fine perché quella iraniana, a differenza di altre, è una dittatura ben radicata e strutturata nella società». Privitera ha infatti intervistato Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace adesso in esilio a Londra, raccogliendo un cambio di registro degno di nota. La pacifista, dopo aver sostenuto per anni un dissenso disarmato, ha parlato di attaccare direttamente la casa di Ali Khamenei, la Guida suprema del Paese. Le sensazioni generali della popolazione locale, nell’analisi di Privitera, sono dunque favorevoli a un intervento di Donald Trump, se non altro per mantenere e amplificare le proteste. La giornalista ha poi concluso: «Una settimana fa si parlava di 128 location interessate dalle manifestazioni e due giorni fa sono diventate 6: la repressione è talmente violenta che le persone stanno tornando a casa. Il regime ha sempre fatto così e continua ora che è debole, forse al minimo storico nei 47 anni di dittatura».