Donald Trump non sembra voler badare a spese. Del resto, lo aveva anticipato già nel 2019: comprare la Groenlandia «sarebbe in sostanza un grande affare immobiliare». Che si tratti di una villa o di un’isola a nord dell’Atlantico, la ratio è sempre la stessa: deve valerne la pena. E per il presidente statunitense sembra sia proprio così: tra risorse minerarie, posizione strategica da un punto di vista geopolitico e fonti di petrolio, gas e terre rare, l’acquisto dell’isola più grande del mondo dalla Danimarca (di cui fa parte dal XVIII secolo ma con grandi margini autosarebbe un vero investimento per gli Usa. Con buona pace del mattone. E dell’Europa.

Costi –  Lo scorso aprile l’immobiliarista ed ex economista della Fed David Baker ha calcolato che la Groenlandia potrebbe valere tra i 12,5 miliardi e i 77 miliardi di dollari. Se alla stima si aggiunge il valore delle riserve di minerali la valutazione dell’isola potrebbe arrivare a 1,1 trilioni di dollari (più di un milione di miliardi), secondo le stime del Financial Times. Per il think tank di centro-destra American Action Forum, invece, il prezzo di mercato delle riserve minerarie della Groenlandia porterebbe quello d’acquisto a 200 miliardi di dollari ma il suo valore strategico nel Nord Atlantico lo farebbe salire a 3 trilioni.

Ma si può comprare un Paese? – La domanda sorge spontanea. E se a rispondere dovesse essere Napoleone, la risposta sarebbe anche scontata. Ma rispetto al diciannovesimo secolo, quando la Lousiana rinunciò senza troppi scossoni all’attributo “francese” nel proprio nome, qualcosa è cambiato: l’affermarsi degli Stati-nazione, del principio di sovranità e di quello di autodeterminazione. Alla Groenlandia, nello specifico, è riconosciuto l’auto-governo, anche se la politica estera e la difesa militare sono sotto il controllo della Danimarca. E sebbene la maggior parte dei groenlandesi sia favorevole all’indipendenza dalla Danimarca, i sondaggi d’opinione indicano una forte opposizione all’annessione agli Stati Uniti.

Reazioni interne – Sia il governo locale sia il governo danese, da cui peraltro proviene il 30% del PIL groenlandese, hanno inoltre risposto chiaramente al tycoon: l’isola non è in vendita. Il segretario di Stato americano Marco Rubio nei prossimi giorni volerà a Copenaghen: una missione per iniziare a gettare le basi di una trattativa, probabilmente. Parteciperà anche il ministro degli esteri di Nuuk Vivian Motzfeldt: «Niente Groenlandia senza Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi ad aver richiesto l’incontro».

Le reazioni europee – Dello stesso avviso, in teoria, sono anche i Paesi europei. «La Groenlandia appartiene al suo popolo e solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere sulle questioni che riguardano le loro relazioni», hanno affermato i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Danimarca in una dichiarazione congiunta. Una risposta ritenuta però “istrionica” dall”ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti Peter Mandelson, che, riporta il Guardian, ritiene che i Paesi Ue continueranno a perdere importanza decisionale se non passeranno a una politica più dura e basata sul «denaro contante».

Conseguenze geo-politiche – L’isola artica del resto non interesserebbe solo a Washington. «Ci serve per la nostra sicurezza», ha detto Trump, alludendo proprio alla sua posizione strategica nell’Artico che, con lo scioglimento dei ghiacci e il progresso tecnologico, sta diventando sempre più terreno di confronto fra grandi potenze, Russia e Cina in primis. L’intenzione di Trump, insomma, non è solo impossessarsi del suolo dell’isola artica, ricco di materie prime come petrolio, terre rare e uranio, ma anche sbarrare la strada alle altre grandi potenze in un’area ritenuta di esclusivo interesse Usa.