Nell’aula magna in via Festa del Perdono uno schermo proietta immagini di cantieri, laboratori di ricerca. Il video si chiude con una frase: «La città aperta delle idee e della libera scienza». L’Università Statale di Milano apre l’anno accademico 2025-2026 con un richiamo alla libertà e alla cooperazione internazionale. Nel discorso inaugurale, la rettrice Marina Brambilla ricorda l’Illuminismo e la laicità del pensiero: «In società in cui convivono visioni del mondo differenti, solo un’istituzione che non si identifichi con nessuna di esse può (…) sviluppare un sapere capace di parlare a tutti senza chiedere a nessuno di rinunciare alla propria coscienza. Si gettano le basi per una cittadinanza che non può essere uniformità, ma deve essere pluralismo pacifico». Presenti il sindaco Giuseppe Sala, l’assessore Alessandro Fermi, la vice presidente del Senato Licia Ronzulli e il direttore generale Angelo Casertano, oltre ai massimi rappresentanti di università cittadine e italiane. L’intervento finale è di Filippo Grandi, già alto commissario per le Nazioni Unite per i rifugiati ed ex allievo della Statale, che racconta la sua esperienza di 40 anni nel lavoro umanitario.
Al centro della città – Il primo cittadino Sala, che si avvicina al termine del mandato, sottolinea i progetti realizzati dall’ateneo in sinergia con il Comune, tra l’ottantesimo anniversario della Liberazione e il continuo dialogo su ambiente, alimentazione e politiche urbane. «La Statale è partecipe della vita sociale e civile di Milano anche al di fuori della dimensione accademica, non è solo un luogo di ricerca e formazione, ma di confronto e partecipazione», commenta. Valori ritrovati nella stessa città, che Sala ha guidato per quasi dieci anni. «Milano fonda parti di storia e identità sulla libertà, la tolleranza e l’apertura alla diversità. Sono convinto che sia migliore rispetto ad alcuni decenni fa, però siamo consapevoli di dover gestire le distorsioni che la contemporaneità sta generando», spiega. La senatrice Ronzulli evidenzia invece il ruolo delle università a livello globale come strumento di democrazia, pace e giustizia. Brambilla ha anche sostenuto il metodo scientifico, affidabile e responsabile nei confronti di una comunità.
Le sfide della libertà – Come nota la rettrice, l’Academic Freedom Index mostra un declino della libertà accademica in 34 nazioni negli ultimi dieci anni. La situazione italiana è comunque positiva, sopra la media in termini di autonomia e garanzie costituzionali. A Milano, cresce la mobilità di studenti in ingresso e in uscita e i visiting professor sono aumentati del 40% rispetto all’anno scorso. Dall’altra parte, sostiene Brambilla, l’internazionalizzazione accademica può esporre a pressioni politiche ed economiche. L’uso crescente della tecnologia è un’altra tematica che qualsiasi luogo di ricerca deve considerare. «La crescente dipendenza da piattaforme digitali e la diffusione dell’intelligenza artificiale sollevano interrogativi sulla proprietà e il controllo dei dati e sul monitoraggio delle attività scientifiche – continua –. Nostro dovere sarà rinnovare la didattica». Un esempio è la modalità telematica che da quest’anno sarà potenziata per coprire studenti di ogni età e provenienza. Per quanto riguarda le iniziative formative per il personale UniMi, il direttore generale Casertano riporta una crescita di 6mila partecipazioni annue (specialmente in lingue o AI) e ottimi dati per progressione retributiva.
Le cinque importanze – Nella prolusione conclusiva, Filippo Grandi elenca cinque concetti fondamentali nella sua esperienza nel lavoro umanitario con i rifugiati. Una prospettiva globale, quella che dovrebbe guidare le politiche migratorie. La complessità. «La fuga è causata da fragilità molto complesse, non esistono risposte semplici, attraenti», commenta. La terza importanza sono le regole. Grandi richiama gli ultimi avvenimenti in Sudamerica e Nordeuropa: «Non parlo solo di violazioni di quei principi fondamentali in varie parti del mondo, che francamente sono sempre successe, ma di un passo oltre nella dichiarazione dell’inutilità del progetto postbellico». L’Europa è quindi ancora un punto a cui guardare in un’ottica cooperativa e di responsabilità comuni. L’ultimo concetto è la solidarietà: «I rifugiati non fanno scelte, ma devono prendere decisioni, affrontare un ignoto che spesso è pieno di pericoli. Anche solo alzare lo sguardo, quella compassione è ricordarsi che il rifiuto è umiliante e l’accoglienza è consolante», conclude Grandi.




