E’ arrivato a sentenza uno dei casi giudiziari e mediatici più discussi degli ultimi anni. Chiara Ferragni è stata prosciolta dall’accusa di truffa aggravata nell’ambito del cosiddetto Pandorogate, la vicenda legata alle iniziative commerciali e benefiche del pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua a marchio Ferragni. Il giudice per l’udienza preliminare di Milano, Ilio Mannucci Pacini, ha dichiarato il non luogo a procedere anche nei confronti dei coimputati Fabio Maria Damato, ex braccio destro dell’influencer, e Francesco Cannillo, patron di Dolci Preziosi.
La beneficenza contestata – Il nodo centrale dell’inchiesta non era l’inesistenza delle donazioni, ma il modo in cui venivano comunicate. Secondo l’accusa, i consumatori avrebbero potuto essere indotti a credere che l’acquisto dei prodotti fosse direttamente collegato a una finalità benefica, mentre in realtà le somme destinate alle iniziative solidali erano già state stabilite a monte e non dipendevano dal numero di vendite.
Il nodo giuridico – Alla base della decisione c’è il mancato riconoscimento dell’aggravante della minorata difesa dei consumatori, contestata inizialmente dalla Procura. Essa indica una situazione in cui il consumatore è posto in condizioni subordinate di protezione rispetto al venditore, tali da ostacolare la sua capacità di evitare o reagire a un inganno. Venuta meno l’aggravante, il reato è stato riqualificato come truffa semplice, procedibile solo a querela. Le denunce, però, compresa quella del Codacons, erano state ritirate dopo un accordo risarcitorio, portando così all’improcedibilità dell’azione penale e all’estinzione del reato.
Le parole della difesa – Soddisfazione nelle parole dei legali di Ferragni. L’avvocato Giuseppe Iannaccone ha parlato di un esito atteso: «È accaduto quello che doveva accadere. Chiara si è sempre comportata con trasparenza e rispetto verso le autorità». Sulla stessa linea Marcello Bana, che ha definito il procedimento una «battaglia durata due anni su qualcosa che probabilmente non sarebbe mai dovuto arrivare in aula», ribadendo l’assenza di qualsiasi condotta penalmente rilevante.
«È finito un incubo» – All’uscita dall’aula, Chiara Ferragni è apparsa visibilmente commossa. «È finito un incubo, posso riprendermi la mia vita», ha dichiarato, parlando di due anni «molto duri» affrontati con la convinzione che la giustizia avrebbe chiarito la sua posizione. Un ringraziamento è andato agli avvocati e a chi, anche tra i follower, non le ha fatto mancare sostegno in uno dei momenti più delicati della sua carriera e della sua vita privata.
Due anni tra esposizione e solitudine – In un’intervista al Fatto Quotidiano, l’imprenditrice ha raccontato il peso umano della vicenda: il silenzio mediatico imposto dalla strategia difensiva, la sensazione di essere stata abbandonata da molte persone, la separazione dal marito Fedez proprio nel periodo più fragile. Accuse percepite come ingiuste, soprattutto sul piano morale, hanno inciso profondamente sulla sua immagine pubblica e sul suo equilibrio personale.
L’errore di comunicazione – Ferragni non ha mai negato che ci siano stati errori, ma li ha sempre ricondotti a una cattiva gestione e non a un intento fraudolento. «L’ingenuità è stata non capire i rischi», ha ammesso, sottolineando come oggi, con maggiore consapevolezza, si circonderebbe di competenze più strutturate. Un percorso che, a suo dire, l’ha cambiata profondamente, ridimensionando l’idea di successo e perfezione che per anni l’ha accompagnata.




