L’attacco dell’amministrazione Trump all’indipendenza della Federal Reserve non è più solo politico: ora è giudiziario. L’apertura di un’indagine penale nei confronti di Jerome Powell, presidente della banca centrale americana, segna un passaggio senza precedenti nella storia istituzionale degli Stati Uniti e apre una nuova fase di tensione tra la Casa Bianca e la Fed, con effetti immediati su mercati finanziari e stabilità del dollaro.
L’inchiesta, avviata dalla procura del distretto di Washington DC, riguarda presunte menzogne al Congresso sulla ristrutturazione della sede centrale della Fed. I lavori, avviati nel 2022 su due edifici storici, hanno visto i costi lievitare fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con uno sforamento di 700 milioni rispetto alle stime iniziali. Secondo Powell, l’aumento è legato a rincari di materiali, manodopera e a imprevisti tecnici ma gli inquirenti vogliono capire se la portata del progetto sia stata minimizzata nelle audizioni parlamentari.
È stato lo stesso Powell ad annunciare l’indagine, definendola «senza precedenti» e inserendola in un quadro politico ben più ampio: quello delle pressioni crescenti esercitate dall’amministrazione Trump sulla Fed affinché riduca i tassi di interesse. Una pressione che, secondo il numero uno della banca centrale, utilizza il dossier dei costi come pretesto per colpire l’autonomia della politica monetaria.
Il problema della successione – Lo scontro istituzionale riapre la questione sulla successione alla guida della Fed visto che il mandato dell’attuale presidente terminerà il 15 maggio. I nomi in campo restano quelli noti da mesi: Kevin Hassett, consigliere economico di Trump; Kevin Warsh, ex membro della Fed; Christopher Waller, uno degli attuali governatori; più defilato Rick Rieder della società d’investimenti BlackRock.
Il vero rischio per i mercati non è tanto il nome del prossimo presidente della Fed, quanto l’erosione della sua indipendenza dal potere politico. Formalmente autonoma dal governo federale fin dalla fondazione nel 1913, la banca centrale ha infatti trasformato la propria libertà operativa in un pilastro del sistema economico, soprattutto dopo la crisi inflazionistica degli anni Settanta, e un suo consegnarsi agli ordini dell’esecutivo rappresenterebbe un vero cambio di paradigma.
Bisogna però ricordare che la Fed resta un organismo collegiale: il presidente è un primus inter pares, non un decisore solitario. Anche un chairman più vicino alla Casa Bianca dovrebbe comunque ottenere il consenso del Federal Open Market Committee per imprimere una svolta aggressiva sui tassi e andare incontro ai desiderata di Trump che vorrebbe un costo del denaro all’1%.





