Niscemi è crollata e continua a crollare: metà del paese da poco meno di 30mila abitanti è collassato nella piana sottostante, distrutto da una frana che non sembra poter essere fermata. Dal piccolo centro urbano in provincia di Caltanisetta sono state evacuate 1500 persone. Mentre le case franavano, il ciclone Harry devastava il resto della Sicilia. Secondo una valutazione preliminare fatta dal presidente della Regione, Renato Schifani, i danni complessivi causati dal maltempo ammontano a 2 miliardi di euro. Per la Calabria le prime stime parlano di 300 milioni e per la Sardegna di 200 milioni. Il governatore siciliano ha avvertito che a Niscemi c’è «un paese che rischia di crollare davanti a un vuoto enorme». Per questo si sta già studiando un piano di ricostruzione lontano dalla frana. Il problema è capire come finanziare queste iniziative, necessarie non solo per salvare la cittadina ma anche per aiutare gli abitanti di tutta la regione colpiti dal ciclone. Intanto il 28 gennaio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sorvolato in elicottero Niscemi. «Il governo agirà in maniera celere», ha promesso.
Caccia ai fondi del governo – «Stiamo lavorando a un decreto legge di assegnazione delle risorse necessarie», ha detto Meloni. Un primo passo è stato fatto il 26 gennaio quando il Consiglio dei ministri ha stanziato 100 milioni di euro per i territori colpiti. Dovranno bastare per Sicilia, Calabria e Sardegna. La quantità di soldi ha scatenato diverse polemiche perché sono stati ritenuti troppo pochi. In risposta alle accuse la premier ha dichiarato: «Rappresentano solo la prima risposta, in attesa di una esatta quantificazione dei danni». L’idea è di attuare in futuro un provvedimento più strutturato per la piena ripresa economica e produttiva dei territori colpiti. Alle persone evacuate e che hanno perso la propria casa però gli aiuti servono subito, ma a quanto pare si dovranno attendere alcuni mesi per attingere dal Fondo creato appositamente e finanziato con la legge di bilancio per il 2025.
Le mosse della Sicilia – Mentre si attendono i fondi del governo, la Sicilia si muove in autonomia. La Regione ha stanziato 90 milioni per dare con rapidità 5mila euro a famiglia, a cui si aggiungono altri contributi a fondo perduto per le attività commerciali. Inoltre, il 27 gennaio l’Assemblea regionale siciliana ha approvato a maggioranza un ordine del giorno chiamato “Sud Chiama Nord”. Il governo regionale si impegna a destinare gli 1,3 miliardi previsti come cofinanziamento del Ponte sullo Stretto a un programma straordinario di messa in sicurezza del territorio. L’ordine del giorno è passato senza creare fratture tra maggioranza e opposizione perché il voto era segreto.
I soldi europei – Essere uno stato membro dell’Unione potrebbe poi portare qualche vantaggio. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha già parlato della possibilità di attingere dal Fondo di solidarietà europeo. Altri invece, come la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, avanzano l’ipotesi di riprogrammare i finanziamenti del Pnrr. Al momento però nel Piano italiano nessuno dei 46 progetti anti dissesto in Sicilia coinvolge Niscemi nonostante siano già stati stanziati 99,3 milioni (il 43,7 per cento è già stato pagato). Dal 2018 nessun progetto per il paese che sta crollando è mai stato presentato ufficialmente. Sulla questione la Procura di Gela ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Si indaga sulle possibili inadempienze dopo il crollo che già colpì Niscemi nel 1997 e sulle mancate bonifiche e messe in sicurezza dell’area.
Italia fragile – I soldi non bastano mai. Soprattutto in uno Stato come quello italiano in cui il 94,5 per cento dei comuni si trova a rischio dissesto idrogeologico. Secondo uno studio del 2024 pubblicato su Scientific Reports di Nature, tra il 1988 e il 2022, solo in Sicilia le superfici urbanizzate lungo il litorale sono aumentate del 47 per cento. Il dato che preoccupa è che a questi numeri si associa un impoverimento del capitale naturale e una diminuzione della popolazione. Il primo posto spetta a Caltagirone con un aumento edilizio del 485 per cento, al secondo Modica con un +435 per cento. Tra le città invece prevale Catania dove l’area edificata è cresciuta del 22,1 per cento mentre la sua popolazione è diminuita del 16,7 per cento.
Dal punto di vista naturale il territorio verde della costa è diminuito soprattutto in Sicilia occidentale dove si concentra il 77 per cento della riduzione complessiva. Per il mare invece il 67 per cento dei comuni costieri ha perso grandi quantità di spiaggia, soprattutto nell’area meridionale. In alcune aree il valore di erosione supera l’8 per cento. Come spiega il report, il fattore strutturale si deve ricercare nell’eredità dell’abusivismo edilizio costiero, che coinvolge tra il 40 e il 60 per cento del litorale siciliano.




