Nessuno sa davvero perché i mercati si muovono. O meglio: lo sappiamo sempre dopo, quando le spiegazioni a posteriori aiutano a mettere ordine nel caos, a dare una parvenza di razionalità a ciò che spesso razionale non è e, soprattutto, a ridurre l’ansia. È una forma di autodifesa collettiva: se troviamo una causa, allora forse il mondo è ancora sotto controllo. Il crollo di oro e argento delle ultime due sedute, venerdì e oggi, non fa eccezione.
Dopo il peggior ribasso giornaliero da oltre un decennio registrato venerdì, il metallo giallo ha continuato a scendere anche lunedì, perdendo il 7,3% e scivolando fino a 4.532 dollari l’oncia. Ancora più violento il movimento dell’argento, in calo del 10,2% a 76,47 dollari. In poco più di 48 ore sono state cancellate settimane di rialzi, mettendo fine, almeno per ora, a un rally che in dodici mesi aveva visto i metalli preziosi più che raddoppiare di valore.

Il nuovo governatore della Fed – Le spiegazioni non mancano. C’è chi indica come detonatore la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve da parte di Donald Trump: un economista considerato falco, visto come una garanzia di lotta dura all’inflazione, capace di rafforzare il dollaro e di incrinare la narrativa secondo cui la Casa Bianca avrebbe tollerato una valuta debole. In questo schema, il nuovo corso della Federal Reserve renderebbe l’oro meno attraente, perché quotato in dollari e privo, contrariamente alle azioni, di un rendimento dato da dividendo o riconducibile alla crescita di un qualche utile sottostante.

Kevin Warsh, il nuovo governatore in pectore della Fed

Il debasement monetario – Altri puntano il dito sulle prese di profitto dopo una corsa giudicata eccessiva, alimentata dalla domanda delle banche centrali, dal timore per il debito pubblico globale, dalle tensioni geopolitiche e dal cosiddetto “debasement trade”: l’idea che le valute normali fossero destinate a perdere valore reale e che solo gli asset fisici potessero offrire protezione. A gennaio, inoltre, gli acquisti speculativi, in particolare dall’Asia e dalla Cina, avevano aggiunto benzina su un fuoco già acceso.
Tutto vero. Ma c’è una spiegazione più semplice, e forse più scomoda, che riguarda meno la macroeconomia e più la psicologia dei mercati. Nell’ultimo mese oro e argento erano diventati protagonisti di un classico momentum trade. Salivano perché salivano. Si comprava non per valutazioni, flussi o fondamentali, ma perché l’idea dominante era che il prezzo sarebbe stato più alto il giorno dopo. È una dinamica ben nota: quando tutti sono dalla stessa parte della barca, basta un’onda un po’ più forte per farla inclinare.

Le scommesse a leva – In questo contesto, l’enorme accumulo di posizioni a leva, cioè finanziate a debito e capaci di moltiplicare i guadagni ma anche le perdite di chi le costruisce, ha fatto il resto. Quando il prezzo del metallo prezioso ha iniziato a scendere, sono scattate le cosiddette margin call: le richieste dei broker di versare nuovo capitale a garanzia delle posizioni in perdita. In pratica, quando il margine messo a garanzia per il prestito non basta più, l’investitore deve mettere altri soldi oppure subisce la chiusura forzata delle posizioni.
Molti operatori sono stati così costretti a liquidare in fretta le proprie scommesse a debito sull’ ulteriore rialzo di oro e argento, accelerando il ribasso. È un meccanismo ben noto nei mercati a leva, che trasforma una correzione fisiologica in una caduta violenta e disordinata, come hanno osservato diversi operatori di mercato, inclusi ex trader di grandi banche come JPMorgan Chase.

Un rally fragile – Il punto, però, è che quando un mercato diventa troppo affollato, la domanda non è se arriverà una correzione, ma quando e con quale intensità. Il rally che aveva portato oro e argento a guadagnare oltre il 100% in un anno conteneva già in sé i semi della sua fragilità. Le ultime due sedute lo hanno ricordato con brutalità: anche i beni rifugio, quando diventano oggetto di euforia collettiva, smettono di essere ripari sicuri e iniziano a comportarsi come scommesse. E quando la scommessa si affolla troppo, l’uscita di sicurezza diventa improvvisamente molto stretta.