Per anni è stato l’argomento che non si tocca. Lo stipendio. Se ne parla a bassa voce, fuori dall’ufficio, mai davanti al capo. Ora quella regola non scritta sta per saltare.
Il decreto legislativo in esame al Consiglio dei ministri sulla trasparenza retributiva, che attua la direttiva europea del 2023 sulla parità salariale, introduce un principio semplice e insieme esplosivo: i lavoratori hanno il diritto di sapere come vengono pagati, in relazione agli altri, e perché. Non il nome del collega, non la sua busta paga. Ma il quadro generale. I numeri. I criteri.

Livelli retributivi in chiaro – In concreto, ogni dipendente potrà chiedere all’azienda quali sono i livelli retributivi medi delle persone che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con i dati divisi per genere. La risposta dovrà arrivare per iscritto entro due mesi. Se è vaga o incompleta, il lavoratore potrà chiedere chiarimenti. E l’azienda dovrà motivare. Non con formule di rito, ma spiegando davvero.
La trasparenza, però, non si ferma ai numeri. Le imprese dovranno rendere accessibili anche i criteri con cui stabiliscono stipendi, aumenti e progressioni di carriera. In altre parole: cosa pesa davvero quando si decide chi guadagna di più e chi resta fermo. Un obbligo che potrebbe essere alleggerito per le aziende sotto i 50 dipendenti, ma che segna comunque un cambio di paradigma.

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone (Ansa)

Lotta alle disparità – Facciamo un esempio concreto. Due impiegati, stesso ruolo amministrativo, stessa anzianità, stessa azienda. Una donna scopre che nella sua categoria la retribuzione media maschile è più alta del 10%. Chiede spiegazioni. L’azienda risponde parlando genericamente di “merito” e “flessibilità”. A quel punto la lavoratrice può chiedere quali indicatori misurano quel merito, come vengono valutati, perché producono quella differenza. Se non c’è una giustificazione oggettiva e neutra, la disparità non è più una sensazione: è un problema giuridico da correggere.
La novità riguarda anche chi un lavoro lo sta cercando. Gli annunci dovranno indicare lo stipendio iniziale o almeno una fascia retributiva chiara. E ai candidati non potrà più essere chiesto quanto guadagnano oggi o quanto guadagnavano in passato. Basta offerte costruite sulla debolezza contrattuale di chi cambia lavoro. Il valore della posizione viene prima della storia salariale di chi si candida.

La platea – Il decreto si applica a una platea amplissima: pubblico e privato, contratti stabili e a termine, dirigenti, part-time, apprendisti, collaboratori, lavoratori in somministrazione. Praticamente tutti. Le aziende con almeno 100 dipendenti dovranno inoltre comunicare ogni anno al Ministero del lavoro i dati sul divario retributivo di genere e correggere le differenze ingiustificate, soprattutto quando superano il 5%. Le sanzioni non sono altissime, ma il vero rischio è un altro: il contenzioso e, prima ancora, l’esposizione mediatica.
Perché questa norma non impone solo nuovi adempimenti. Impone un cambiamento culturale. Porta la retribuzione fuori dalla zona grigia del “si è sempre fatto così” e la mette sotto la luce dei criteri, delle regole, dei confronti.