A dodici giorni dall’inizio delle proteste in Iran, scatenatesi nei bazar di Teheran in risposta alle condizioni economiche del Paese, si contano decine di persone giustiziate. Secondo Hrana, agenzia stampa iraniana non governativa, negli ultimi scontri a Lordegan (città a sud-ovest) le vittime sarebbero 36. Tra queste, ci dovrebbero essere anche tre agenti di polizia, i cui arresti ammonterebbero a 2000. Da quasi due settimane le manifestazioni continuano, oltre che nella capitale, anche a Mashad, Shiraz, Isfahan e nella zona iraniana del Kurdistan. Complessivamente, sono più di 100 i centri urbani coinvolti nelle agitazioni: 26 province sulle 31 totali.

L’origine della protesta – Tutto era cominciato il 28 dicembre, prima nei mercati di Teheran (rispettivamente quello di elettronica di Jomhouri e poi il Grand Bazaar), per coinvolgere anche le università nei giorni successivi. Le ragioni delle proteste sono principalmente economiche: in Iran, l’inflazione su base annua si attesta quasi al 50%, toccando il 72% per quanto riguarda il prezzo degli alimentari. Allo stesso tempo il rial, la moneta locale, appare sensibilmente svalutata in rapporto al dollaro americano, perdendo addirittura il 40% dallo scorso giugno. Per fare una stima, se nel 2022 un dollaro corrispondeva a 400mila rial, adesso varrebbe quasi 1,5 milione. La popolazione, praticamente impossibilitata all’acquisto di beni di prima necessità, è quindi scesa nelle piazze per chiedere un cambio di regime.

Il doppio approccio del regime – Nelle prime fasi, il governo iraniano è sembrato più pacato nel reprimere il dissenso rispetto al passato. Il presidente Massoud Pezeshkian, eletto anche grazie alle promesse di riforme progressiste, ha chiesto alle forze dell’ordine di non attaccare i manifestanti pacifici. «Coloro che portano armi da fuoco, coltelli e machete e attaccano stazioni di polizia e siti militari sono rivoltosi, e bisogna fare una distinzione tra manifestanti e rivoltosi», ha specificato durante una riunione di governo. Va specificato che Pezeshkian non possiede un’autorità reale sulle forze nazionali di intelligence o sulla gestione delle piazze. La stessa Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, aveva suggerito un approccio conciliante nei confronti dei dissidenti. Dall’altra parte il generale Amir Hatami, il capo dell’esercito del regime, ha minacciato un’azione militare ad ampio raggio. Questo anche a partire dalle parole di Donald Trump, che aveva sollevato l’ipotesi di un intervento statunitense se il massacro fosse continuato. Nella ricostruzione del Corriere della Sera, Hatami ha dichiarato: «La Repubblica Islamica vede in questa retorica anti-iraniana una minaccia pura e non starà a guardare senza rispondere». Anche il presidente della Corte Suprema, Gholamhossein Mohseni Ejei, sembra sulla stessa lunghezza d’onda. Come riportato da La Repubblica, ha detto: «Non ci sono scuse per coloro che scendono in piazza per rivolte e disordini. Non ci sarà clemenza per chiunque aiuti il nemico».