Costa di più mantenere un figlio o comprare una scatola di preservativi? La risposta sembra scontata, eppure le misure economiche della Cina pare che non ne tengano conto. Nella lotta al calo delle nascite, Pechino ha imposto nuove tasse contro i metodi contraccettivi. Un modo per aumentarne i prezzi e sconsigliarne l’acquisto.
La tassa – La situazione si è ribaltata e la nazione governata da Xi Jinping ha fatto dietrofront invertendo la rotta sul tema figli. Dal 1993 i contraccetivi godevano di esenzione dall’Iva e dalle tasse, un modo per promuovere la politica del figlio unico. Il boom delle nascite aveva preoccupato il Paese che era corso subito ai ripari. Molti anni più tardi ecco il ritorno delle restrizioni economiche con una tassa del 13% su tutti i prodotti di questo tipo. Intanto a Pechino il tasso di natalità ha raggiunto un livello mai così basso dal 1949 con 7,92 milioni di nuovi bambini rispetto agli oltre 9,54 dello scorso anno.
Decisione simbolica – La leadership comunista è ben consapevole che l’abolizione dell’esenzione non porterà un vero boom delle nascite, ma avrà un effetto simbolico, per far capire alla popolazione che è tornato il momento di fare figli. Dall’altra parte, però, l’Istituto di ricerca YuWa sottolinea come la Cina sia uno dei posti più cari al mondo in cui crescere un bambino. In totale si stima quasi mezzo milione di yuan, ovvero circa 70 mila euro, per accompagnare il figlio fino alla maggiore età.
Malattie – Per quanto simbolica e non inerente al calo demografico, la preoccupazione delle aziende sanitarie è un’altra. L’aumento del costo potrebbe davvero disincentivare i giovani dall’acquisto, aumentando così il rischio di diffusione delle malattie sesualmente trasmissibili. A supporto di ciò i dati stessi che segnalano come in Cina i casi di Hiv e Aids tra 2002 e 2021 mostrino un leggero aumento. Un trend inverso rispetto al resto del Mondo.




