Ancora una volta traditi dai governi occidentali. Ancora una volta combattuti nelle zone autonome in cui si erano stabiliti. I curdi in Siria sono da settimane vittime di un’offensiva del governo guidato dal presidente Ahmed al Sharaa, ex leader affiliato ad al-Qaeda salito al potere dopo il rovesciamento del regime di Bashar al Assad. Già a metà gennaio le truppe governative avevano ripreso il controllo di Aleppo, per poi conquistare Taqba, città sull’Eufrate, Raqqa e altre fette di territori a nord-est della Siria, ricchi di risorse e giacimenti di petrolio. Parliamo di aree della regione del Rojava che erano controllate da un decennio dalle forze a guida curda, in cui avevano istituito un proprio governo indipendente. L’offensiva ha avuto il benestare della Turchia e anche dell’amministrazione Usa, che ha deciso di sostenere al Sharaa (ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump) nelle sue operazioni di centralizzazione a scapito della minoranza curda.
L’obiettivo di al Sharaa – La sera del 20 gennaio il governo siriano aveva annunciato una tregua di quattro giorni, ma il cessate il fuoco è risultato fin da subito fragilissimo. Al Sharaa vuole lo scioglimento delle Forze democratiche siriane (Sdf), che univa dal 2015 combattenti curdi e arabi nella protezione dell’autonomia del Rojava e nella lotta all’Isis. Il presidente del paese del Medio oriente ne pretende l’integrazione nell’esercito siriano. Era questo il punto centrale, insieme allo smantellamento delle forme di autonomia nel nord-est della Siria, dell’ultimatum scaduto il 31 dicembre, lanciato da Damasco nei confronti dei curdi. Poi si è passati alle armi. Le Sdf oggi mantengono il controllo della sola provincia di al Hasakah e risultano sempre più indebolite, anche al loro interno. Questo per via della scelta di alcune componenti interne arabe di allontanarsi dalle Forze democratiche siriane, dopo essersi avvicinate al governo centrale.
I prigionieri dell’Isis – Gli analisti mostrano particolare preoccupazione per quanto riguarda il destino delle prigioni e dei campi di detenzione gestiti dalle Sdf in cui erano trattenuti migliaia di miliziani dell’Isis. I combattimenti dei giorni scorsi si sono concentrati attorno ad alcune carceri e, secondo fonti statunitensi, 200 prigionieri sono riusciti a evadere. Alcuni sono stati subito ricatturati mentre altri sarebbero rimasti in libertà. Una situazione che potrebbe destabilizzare l’intera area.
Il ruolo degli Usa – L’ultima volta che gli Stati Uniti avevano girato le spalle ai curdi era il 2019. Dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump di ritiro dei militari Usa schierati al confine tra Siria e Turchia, il leader turco Rece Tayyip Erdogan fece partire l’offensiva nel Kurdistan siriano. Oggi la storia si ripete in modo simile. Il 20 gennaio l’inviato statunitense Tom Barrack ha spiegato che al Sharaa ha il supporto degli Usa nelle sue iniziative contro l’autonomia dei curdi, che avevano invece chiesto a Washington di intervenire in loro difesa. «Lo scopo originale delle forze curde in quanto principale forza anti-Isis sul terreno è in gran parte scaduto – ha affermato Barrack – poiché Damasco è ora disposta e posizionata per assumersi responsabilità di sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dello Stato Islamico». Anche Trump, nei giorni scorsi, ha espresso sostegno al presidente siriano: «Sta lavorando molto duramente. Sta lavorando davvero sodo. È un uomo forte, un uomo determinato», ha detto il tycoon ai giornalisti alla Casa Bianca. «Ha un curriculum piuttosto controverso. Ma non si può certo mettere un ragazzino inesperto a gestire una situazione del genere», ha concluso Trump.




