Priebus, Bannon Gowdy e Clarke. Sono questi i nomi per una squadra di lotta e di governo, ma è già polemica. Donald Trump sceglie il suo esecutivo cercando di accontentare tanto il popolo dell’anti establishment quanto la nomenklatura del partito repubblicano. La prima gli ha fatto vincere le elezioni, il secondo ha la maggioranza al Senato e alla Camera e il futuro presidente dovrà avere il suo appoggio per governare senza problemi i prossimi quattro anni. Alcune scelte, però, come quella dello chief strategist Stephen Bannon, hanno destato una serie di critiche.

Sarà il futuro vicepresidente Mike Pence a guidare la transizione dall’amministrazione Obama a quella Trump. Scelto per compensare l’inesperienza politica dell’allora candidato, il conservatore che piace all’ala Tea Party dei repubblicani cercherà di facilitare il più possibile l’insediamento del neo presidente il prossimo 20 gennaio.

Reince Priebius, ormai ex presidente del partito, sarà il nuovo capo dello staff. Una nomina strategica: Priebus è un esperto delle dinamiche del Congresso e ha l’esperienza politica adeguata per fare da collante tra Stanza Ovale e Congresso.

Al fianco di Priebius ci sarà Stephen Bannon, già capo della campagna elettorale. Ultra conservatore, nazionalista e sostenitore della supremazia della razza bianca. La nomina a chief strategist del direttore del sito xenofobo Breitbart.com, ha suscitato molte polemiche. Nancy Pelosi, leader della minoranza democratica alla Camera ha detto: “la nomina di Bannon è un segnale d’allarme. Trump rimane fedele alla politica odiosa e divisiva che ha caratterizzato la sua campagna elettorale” 

La casella più importante da riempire è quella del prossimo segretario di Stato. Il favorito è Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York per 8 anni e consigliere più influente di Trump. Il politico italoamericano ha allontanato l’ipotesi che i figli del 45esimo presidente possano entrare nel governo: “Sarebbe irrealistico rimuoverli dalle aziende di famiglia. Dovrebbero imparare un nuovo lavoro da zero e questo creerebbe problemi”.

Trey Gowdy potrebbe essere premiato come Attorney General, ministro della Giustizia, per la sua indagine parlamentare contro Hillary Clinton. Capo della commissione sugli incidenti di Bengasi, in Libia (quattro morti tra cui l’ambasciatore Cristopher Stevens), per due anni ha indagato sulla condotta dell’ex first lady, all’epoca segretario di Stato. L’indagine si è risolta in un nulla di fatto ma ha danneggiato l’immagine della candidata democratica.

La nomina più dirompente potrebbe essere quella del capo dipartimento della sicurezza. David Clarke è uno  strano tipo di afroamericano: feroce critico di Obama, sceriffo della contea di Milwuakee, opinionista fisso di Fox News, è un sostenitore del motto “Legge e ordine” nel senso più restrittivo del termine. Durante la convention repubblicana criticò Black lives matter (Le vite nere contano), il movimento nato per protestare contro le morti dei giovani afroamericani uccisi dalla polizia, trasformandone lo slogan in Blue lives matter, con un richiamo alle divise dei tutori dell’ordine.

Newt Gringrich, famoso per aver promosso senza riuscirci il processo di impeachment contro l’allora presidente degli Usa Bill Clinton ha dichiarato a Fox News di non volere una poltrona. Preferirebbe il ruolo di pianificatore generale della politica di investimenti nelle infrastrutture del neo presidente. “Voglio rimodellare il budget federale ed essere il nuovo architetto del New Deal di Trump”