Quarantamila computer negli uffici giudiziari italiani spiati. Un’inchiesta della trasmissione Report di Sigfrido Ranucci, in onda la prossima domenica, si prepara a svelare un caso destinato a irritare il ministero della Giustizia .E anche il governo di Giorgia Meloni.
Dal 2019, sostiene Report, un software di tipo trojan sarebbe stato installato dal Dipartimento tecnologico del ministero della Giustizia su tutte le postazioni di procure, tribunali e uffici giudiziari. Il programma informatico si chiama Ecm/Sccm ed è un prodotto Microsoft che consente una gestione centralizzata dei computer, come nelle grandi organizzazioni, tipo supermercati e centri commerciali. All’epoca in via Arenula sedeva come ministro Alfonso Bonafede, del Movimento Cinque Stelle (M5s).
Il software – Nella configurazione standard, i tecnici possono visualizzare le informazioni di sistema – i vari software installati, aggiornamenti, stato delle protezioni -, senza però accedere ai fascicoli o all’attività dell’utente.
Configurato in un certo modo, però, il programma consentirebbe anche l’accesso da remoto, che normalmente dovrebbe avvenire dopo un’autorizzazione del magistrato o del personale o in sua presenza. Un tecnico dotato di privilegi di amministratore, come spiega Repubblica, potrebbe attivarlo aggirando il consenso dell’utente e senza lasciare tracce evidenti degli accessi. In questo senso il programma agisce come un vero e proprio trojan, cioè in maniera automatica, silente e senza alcun’interazione con l’utente. A questo punto, come rivela una fonte tecnica anonima sentita da Domani, questi sistemi «possono fare, in sintesi, tutto: capire quali documenti hai modificato, scaricarli, anche distruggerli e cancellarli per sempre».
Nella pratica funziona come spiega Aldo Tirone, giudice di Alessandria, la cui testimonianza è stata raccolta nella puntata di Report: «Sono entrati nel mio computer, hanno visto quello che stavo facendo e hanno modificato un documento. E io non ho ricevuto nessun avviso, né prima né dopo».
La replica di Nordio – L’aspetto più compromettente – per il ministero della Giustizia e per il governo – della vicenda sarebbe che nel 2024 il problema era già noto alla procura di Torino, che lo avrebbe correttamente segnalato ai vertici di via Arenula. All’epoca, però, non sarebbero stati effettuati alcun controllo né intervento strutturale e l’allora dirigente ministeriale lasciò l’incarico. Di più: secondo Report, l’ordine di mettere a tacere la vicenda sarebbe arrivato proprio da Palazzo Chigi.
Il ministro Carlo Nordio in questo periodo è alle prese con la relazione annuale sullo stato della giustizia e con le contestazioni che gli arrivano da vari fronti: dalla riforma sulla separazione delle carriere, al dramma delle carceri, ai ritardi sul Pnrr. Per questo è pronto a liquidare la faccenda come notizia «fake», addirittura «farneticazione». Il Guardasigilli ha spiegato che l’infrastruttura usata negli uffici giudiziari non legge contenuti, non registra lo schermo e non attiva i microfoni. «Sigfrido Ranucci ha certamente un fine – ha aggiunto poi – suscitare allarme sociale per orientare l’opinione pubblica».

Il giornalista d’inchiesta Sigfrido Ranucci, conduttore di Report
Immediata la replica del giornalista: «Il ministro Nordio ha negato che si possa fare l’aggiornamento dei sistemi senza autorizzazione, noi lo smentiamo con i dati. Delle due l’una – conclude Ranucci – o il ministro non lo sa, o non dice la verità: in entrambi i casi è una cosa grave».
«Il governo degli spioni» e il precedente del caso Paragon – «Dopo lo scandalo Paragon e i giornalisti spiati, ora tocca ai magistrati?», si chiede il deputato Angelo Bonelli di Avs, ma sono dello stesso avviso anche Pd e M5s, compatte nell’affondo al governo. «È un salto di qualità gravissimo da democrazia illiberale. La giustizia non può essere sorvegliata dal potere esecutivo: è l’inizio del governo degli spioni».
Nel 2025 è emerso che alcuni giornalisti e attivisti erano spiati tramite l’utilizzo di un software israeliano Graphite, sviluppato dalla Paragon Solutions, capace di infiltrarsi nei dispositivi mobili senza l’interazione dell’utente. Tra i nomi emersi vi erano Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino, rispettivamente direttore e giornalista del quotidiano online Fanpage, e l’attivista Luca Casarini, fondatore dell’organizzazione Mediterranea Saving Humans. Il governo aveva più volte dichiarato di aver utilizzato il software solo in contesti di sicurezza nazionale, con autorizzazioni legali e senza coinvolgimento di giornalisti. Tuttavia, Paragon Solutions affermò di aver interrotto il contratto con l’Italia a causa di violazioni del “codice etico” previsto per l’impiego del software.




