Un fantasma al palazzo di giustizia della Cassazione, pugno chiuso e sorrisone da spot elettorale sui social. Così Matteo Salvini ha deciso di esultare all’ultimo atto del processo a suo carico per la vicenda Open Arms. È stato assolto in via definitiva dalla Suprema Corte, che ha confermato il giudizio di primo grado. Era accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per non aver fatto sbarcare per 19 giorni, nell’agosto del 2019, 147 migranti rimasti a bordo di una nave umanitaria. Erano stati fatti sbarcare per ordine della procura di Agrigento. All’epoca Salvini era ministro dell’Interno nel primo governo Conte, che aveva da poco varato il decreto Sicurezza, con la sua politica dei “porti chiusi”.
Motivazioni – Il dispositivo della sentenza è stato emesso ieri pomeriggio, 18 dicembre. Le motivazioni dovranno essere depositate entro 30 giorni. La procura di Palermo aveva fatto ricorso direttamente in Cassazione, saltando il secondo grado. Era stato sollevato un dubbio di legittimità sull’interpretazione delle norme e convenzioni internazionali. Per i giudici palermitani, a fronte di un quadro normativo internazionale «precario» e «confuso», l’Italia non aveva un obbligo a concedere uno sbarco. Poteva dunque essere compito della Spagna prendersi la responsabilità di offrire un porto sicuro alla Open Arms, battente bandiera spagnola. Così Salvini era stato assolto in primo grado perché il «fatto non sussiste». Dopo il ricorso dei pm, la procura generale della Suprema Corte aveva chiesto il suo rigetto. Diversa la visione di quattro avvocati di parte civile in rappresentanza di Open Arms e di altre organizzazioni umanitarie, che hanno insistito sulla riapertura del giudizio in Cassazione.
Reazioni governative – «Cinque anni di processo: difendere i confini non è reato», è la sintesi orgogliosa del leader della Lega, oggi ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – ieri in parlamento per le comunicazioni in vista del vertice di Bruxelles – ha sfruttato la claque della maggioranza al Senato per far riservare a Salvini due minuti di applausi. «Un ministro dell’Interno che difende i confini italiani – ha dichiarato Meloni – sta facendo il suo lavoro e niente di più. Esprimiamo la nostra solidarietà e gioia al vicepremier». Per Matteo Piantedosi, oggi al vertice degli Interni, ma all’epoca dei fatti era capo di gabinetto sempre al Viminale, si era agito nell’interesse pubblico e per la difesa dei confini nazionali. «Giustizia è fatta» anche per l’altro vice premier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani.
Open Arms – Contrario della decisione della Cassazione, il primo a commentare a caldo, fuori dal “palazzaccio” è stato il fondatore di Open Arms, Oscar Camps: «Oggi non si è fatta giustizia, ma si è costruita un’impunità. Dire che non c’è reato quando un ministro blocca per giorni persone salvate in mare significa legittimare l’uso della sofferenza umana come strumento politico. Questo precedente non solo cancella il passato, ma autorizza anche il futuro».
L’opposizione – Flebile la reazione dell’opposizione. Angelo Bonelli dei Verdi ha constatato che «noi le sentenze le rispettiamo sempre». E guardando al referendum sulla giustizia per la separazione delle carriere, che probabilmente si terrà a inizio marzo, Bonelli ha aggiunto che la destra non potrà più sostenere l’esistenza di una magistratura rossa». Partito democratico e Movimento 5 Stelle (nel 2019 al governo, con Conte premier) hanno preferito concentrare le critiche di giornata sulla manovra e sulla guerra in Ucraina.




