È arrivata a metà del percorso l’iniziativa popolare per chiedere il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Sono più di 250mila le firme raccolte. Entro il 30 gennaio dovranno arrivare a 500mila. In realtà, la Corte di cassazione ha già accolto la richiesta di parlamentari di maggioranza e opposizione sul quesito referendario. Ma la petizione promossa da un gruppo di 15 cittadini punta a ritardare la data del voto, che il governo vorrebbe fissare per il 22-23 marzo.

Perché non è ancora stata fissata una data – Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha più volte ribadito che si voterà entro marzo. Ma il governo in realtà non ha ancora stabilito quando si andrà alle urne. Questo perché si discute su come interpretare la norma che regola le tempistiche del referendum.
Il 30 ottobre il Senato ha approvato in via definitiva la riforma voluta dal governo Meloni con cui si introdurrebbe una netta separazione delle carriere dei magistrati tra giudicanti e requirenti. L’articolo 138 della Costituzione prevede infatti che per far passare una modifica della Carta è necessario ottenere un doppio via libera da entrambi i rami del Parlamento. Se nel secondo giro di votazioni la norma viene approvata senza il favore di almeno i due terzi del parlamentari, può essere chiesto un referendum entro tre mesi. Ed è esattamente quello che è successo in questo caso: già il 18 novembre è stato formulato il quesito, approvato dalla Cassazione su impulso del Parlamento. Secondo la legge del 1970 che regola l’istituto referendario, il Presidente della Repubblica, a partire dalla richiesta del Consiglio dei ministri, fissa la data del voto entro 60 giorni dalla decisione della Corte. Questa data può cadere tra il 50esimo e il 70esimo giorno dal decreto emesso dal Presidente.
Ma i tre mesi di tempo per chiedere il referendum non sono ancora scaduti, il termine è il 30 gennaio. E qui si inserisce l’iniziativa di raccolta firme popolare per far sì che il momento del voto si sposti più avanti nel tempo. Se il tentativo dovesse andare a buon fine, la Cassazione dovrebbe esaminare anche questa richiesta e il governo dovrebbe aspettare ancora per fissare una data.

La posizione del governo – Per Meloni e i suoi ministri, prima si vota meglio è: gli attuali orientamenti nei sondaggi sono favorevoli alla riforma e, soprattutto, si abbasserebbe il rischio di politicizzare il quesito. La data, visto il via libera della Cassazione alle richieste dei parlamentari, potrebbe essere fissata prima della chiusura della raccolta firme. Ma sarebbe rischioso, specie se la paura della Presidente del Consiglio è quella che la sua riforma faccia la fine di quella di Matteo Renzi nel 2016. Anche in quell’occasione si era pensato di accorciare i tempi, ma il Quirinale sconsigliò la pratica.
In più, la tensione rischierebbe di accentuarsi anziché scemare: i promotori della raccolta firme hanno annunciato che ricorreranno al Tar Lazio se non si aspetterà il 30 gennaio. E l’opposizione si unirebbe alla protesta. «Questo governo vuole mani libere e nessun controllo», ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. I leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si schierano a difesa di un diritto dei cittadini: «Una firma è un atto di difesa della democrazia e della Costituzione, contro ogni tentativo di subordinare la magistratura al controllo del governo». E anche il Movimento 5 Stelle prende posizione, con Giuseppe Conte che critica Nordio per aver definito «superflua» un’iniziativa popolare «contro la riforma della giustizia pro-casta».

I due schieramenti – Al fronte del “no”, insieme a opposizione e sindacati, contribuiscono anche ill Comitato Società Civilee e l’Associazione Nazionale Magistrati tramite un proprio comitato dedicato allo scopo. Proprio quello legato all’Anm ha promosso dei maxi poster affissi in vista della campagna elettorale: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota no». Domenico Caiazza, avvocato e presidente del Comitato Si Separa (favorevole alla riforma), parla di manifesto «truffaldino e vergognoso». E si solleva la polemica anche sui fondi usati dai magistrati per questa campagna: «L’Anm ha già dato al comitato 500 mila euro. Ma perché se un partito riceve da un soggetto più di 100 mila euro viola la legge e nessuno si meraviglia che l’Anm abbia aumentato le quote e le versi al comitato?», si chiede Enrico Costa, parlamentare di Forza Italia. Ma è solo l’inizio dello scontro: il 10 gennaio anche il Comitato Società Civile lancerà la campagna per il “no” al referendum.